Nuovi sguardi

Le donne che stanno riscrivendo lo sguardo del cinema italiano

Da Alina Marazzi a Virginia Mori, cinque registe italiane portano a Venezia 83 nuovi modi di raccontare memoria, identità e intimità

di Redazione di Luxury Prêt à Porter | 10 Settembre 2026
Foto: Manuel Alberto Claro

Alla Mostra del Cinema di Venezia il Concorso racconta ancora una presenza femminile ridotta. Ma lontano dalla competizione principale emerge una generazione di autrici italiane che sceglie memoria, identità e intimità per raccontare il presente.

C’è una Venezia che vive oltre il red carpet, le grandi première e i titoli destinati a monopolizzare le conversazioni. È quella degli sguardi meno rumorosi, dei film che lavorano sulla memoria e delle storie personali capaci di diventare universali. A Venezia 83, mentre torna al centro del dibattito la presenza ancora limitata delle donne nel Concorso principale, sono proprio alcune registe italiane a suggerire una prospettiva diversa sul cinema contemporaneo.

Venezia 83 e le registe italiane oltre il Concorso

«Credo sia finalmente diventato chiaro che gli uomini fanno film migliori delle donne». Maggie Gyllenhaal, presidente della Giuria internazionale, sceglie inizialmente il sarcasmo quando, durante la conferenza stampa di apertura, le viene chiesto perché siano così poche le registe presenti nel Concorso principale. Poi abbandona l’ironia e arriva al punto: «C’è un problema sistemico». Una risposta che sposta inevitabilmente la questione oltre Venezia, verso un’industria nella quale l’accesso alle opportunità e ai finanziamenti continua a essere differente.

Ma la sua riflessione contiene anche una domanda più sottile: chi stabilisce quali storie meritino di essere considerate importanti? E forse è proprio da qui che vale la pena guardare questa edizione della Mostra. Perché basta uscire dal perimetro della competizione principale per incontrare un panorama molto più articolato. Alina Marazzi, Francesca Archibugi, Roberta Torre, Anna Foglietta e Virginia Mori appartengono a generazioni e linguaggi differenti, ma sembrano condividere il desiderio di avvicinarsi alle storie senza sovrastarle. Dalla fotografia all’animazione, dalla memoria al pensiero femminile, sono cinque modi diversi di interrogare ciò che consideriamo degno di essere raccontato.

Alina Marazzi, La ragazza con la Leica e il fascino della memoria

Ci sono fotografie che documentano un’epoca e altre che, a distanza di decenni, continuano a interrogarla. Alina Marazzi torna nel territorio della memoria con La ragazza con la Leica, dedicato alla figura di Gerda Taro, fotografa e pioniera del fotogiornalismo morta giovanissima durante la guerra civile spagnola.

Taro è stata a lungo raccontata anche attraverso il rapporto con Robert Capa, ma il suo percorso possiede una forza autonoma: una giovane donna che sceglie di stare vicino alla Storia mentre accade, osservandola attraverso un obiettivo. Ed è proprio qui che il lavoro di Marazzi trova una materia particolarmente affine alla propria sensibilità. L’immagine non è soltanto testimonianza, ma frammento da interrogare; l’archivio non è qualcosa di immobile, ma un luogo dal quale far riemergere identità che rischiano di essere dimenticate. La ragazza con la Leica diventa così anche una riflessione sul modo in cui costruiamo la memoria. Su ciò che conserviamo, su ciò che perdiamo e sulle persone che, talvolta, la Storia lascia ai margini dell’inquadratura.

Foto: Manuel Alberto Claro

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Francesca Archibugi racconta Carla Lonzi, dentro e fuori dal mondo

Con Carla Lonzi. Dentro e fuori dal mondo, Francesca Archibugi incontra invece una delle personalità più radicali della cultura italiana del Novecento. Critica d’arte, scrittrice e figura centrale del femminismo italiano, Carla Lonzi ha trasformato la ricerca della propria autonomia in un percorso intellettuale capace di mettere in discussione strutture culturali considerate fino ad allora quasi intoccabili. Il fascino del progetto sta anche nel suo titolo: essere «dentro e fuori dal mondo» significa partecipare alla propria epoca e, allo stesso tempo, riuscire ad allontanarsene abbastanza da osservarla criticamente. Lonzi lo fece anche scegliendo di sottrarsi a determinati ambienti quando non li riconobbe più come propri.

In un Festival costruito inevitabilmente anche intorno alla visibilità, riportare al centro una donna che ha riflettuto sulla libertà di non adeguarsi assume un significato particolare. Non tanto una celebrazione, quanto la possibilità di riscoprire un pensiero che continua a porre domande sorprendentemente contemporanee.

Foto: Ugo Mulas – Archivio Ugo Mulas

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Roberta Torre e Scarpe rotte: partire dalle piccole cose

Ci sono poi titoli che sembrano contenere già un’immagine. Scarpe rotte di Roberta Torre è uno di questi. Un oggetto quotidiano, consumato, apparentemente insignificante, diventa il punto dal quale immaginare passi, distanze, esperienze e vite. È un approccio che appartiene a una parte interessante del cinema presente a Venezia: partire dal particolare per arrivare a qualcosa di più grande. Non cercare necessariamente l’eccezionale, ma riconoscere il valore narrativo di ciò che normalmente attraversiamo senza fermarci.

Torre, nel corso della sua carriera, ha costruito un linguaggio riconoscibile e difficilmente incasellabile, capace di attraversare generi e registri differenti. Anche questa libertà diventa parte del racconto di Venezia: non esiste un solo modo di essere autrice, così come non esiste un unico linguaggio attraverso il quale interpretare la realtà.

Anna Foglietta, Una storia e il valore dell’intimità

Il titolo scelto da Anna Foglietta, Una storia, racchiude già una precisa intenzione narrativa: partire da qualcosa di intimo e apparentemente semplice per restituirgli profondità. È proprio nelle vicende più vicine alla quotidianità, infatti, che spesso si nascondono emozioni capaci di diventare universali. Per Foglietta, conosciuta soprattutto come attrice, il passaggio dietro la macchina da presa significa cambiare posizione: non più soltanto abitare un personaggio, ma decidere da dove guardarlo, cosa mostrare e soprattutto cosa lasciare fuori campo.

L’intimità diventa allora una possibile forma di ricerca. Perché non tutte le storie devono avere dimensioni straordinarie per lasciare qualcosa allo spettatore. Il quotidiano può diventare cinema proprio quando qualcuno decide di osservarlo abbastanza a lungo. E in un’epoca abituata a consumare immagini velocemente, scegliere di soffermarsi su una vita, un gesto o una relazione può diventare un atto sorprendentemente contemporaneo.

Foto: Nicole Verzaro

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Virginia Mori, Sasso carta o forbici e un altro modo di vedere

Con Virginia Mori il linguaggio cambia ancora. Illustratrice, animatrice e regista, porta con Sasso carta o forbici un universo nel quale il confine tra cinema e arte visiva diventa più sottile.

L’animazione permette di rendere visibile ciò che nella realtà non possiede necessariamente una forma: paure, pensieri, ossessioni, desideri. Nel lavoro di Mori il disegno può diventare uno spazio mentale, sospeso tra quotidianità e dimensione onirica, dove ciò che appare semplice finisce spesso per assumere significati inattesi. È anche questo uno degli aspetti più interessanti delle autrici incontrate a Venezia: non appartengono a una scuola, non raccontano gli stessi temi e non utilizzano gli stessi strumenti. Ciò che le unisce non è uno stile femminile, ma la libertà di costruire il proprio.

Foto: pressmaterial.labiennale

The Venice film edit

Le registe italiane a Venezia 83 e il lusso di avere uno sguardo

La provocazione iniziale di Maggie Gyllenhaal rimane sullo sfondo. Una sola regista nel Concorso principale è un dato che non può essere cancellato semplicemente contando quante donne siano presenti altrove. La questione dell’accesso agli spazi più prestigiosi dell’industria cinematografica resta aperta. Eppure sarebbe altrettanto limitante fermarsi ai numeri. Perché fuori dal centro più visibile della Mostra esistono autrici che stanno lavorando sul modo in cui guardiamo la memoria, le relazioni, l’identità e il passato. Alcune hanno attraversato decenni di cinema italiano; altre sperimentano linguaggi differenti e contaminazioni con l’arte.

Forse il vero privilegio offerto da un Festival come Venezia dovrebbe essere proprio questo: avere il tempo di cercare ciò che non viene immediatamente messo sotto i riflettori. Perché il lusso culturale, oggi, potrebbe essere anche la possibilità di guardare meglio anziché guardare di più. Scoprire un film prima che diventi un fenomeno, ritrovare una figura dimenticata, ascoltare una voce che non cerca necessariamente di imporsi. E allora la domanda non è soltanto quante donne siano presenti a Venezia. È quanto spazio siamo ancora disposti a concedere a chi ci insegna a guardare le cose diversamente.

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