
Se ci stendessimo nudi su un prato, probabilmente sarebbe uno scandalo. Per Pavese no. Per il poeta il nudo è sempre una rivelazione disturbante: un ritorno, una soglia, un brivido che riconsegna alla terra. I personaggi pavesiani si spogliano come chi tenta di liberarsi di un peso o di recuperare qualcosa perduto troppo presto. Non è mai un gesto innocente: dietro quei corpi scoperti agisce una fame antica, un’inquietudine che sa di colpa. Si denudano per sentirsi veri, per cancellare l’infamia dei pudori, eppure intrattengono un legame vischioso con il sacrilegio. Hanno la sensazione di far peccato, e quel peccato li attira più della salvezza stessa. Allora la crudeltà diviene soave, la sordidezza un tentativo di ripulirsi, la colpa un destino.
Prime tracce: Lavorare stanca
La prima raffigurazione pavesiana del «nudo» si rinviene in Lavorare stanca: in «Atavismo» (1934), un adolescente nudo osserva la strada protetto dalle imposte socchiuse della finestra della propria camera. È una nudità trattenuta, consapevole, già impastata di desiderio e colpa insieme.
Ma il problema del nudismo, quale nucleo delle ossessioni che si annidano nel fondo dell’animo pavesiano, emerge in tutta la sua complessità nel racconto incompiuto «Nudismo» (1944), contenuto in Feria d’agosto, e ne Il diavolo sulle colline (1948), appartenente alla trilogia di La bella estate.

Ossessione: Il diavolo sulle colline
Ne Il diavolo il nudismo non è più un episodio isolato, ma un rito primigenio. I ragazzi del romanzo sono creature in urto con la realtà, incapaci di crescere. Cercano negli adulti un approdo magnifico verso la maturità, ma trovano solo vuoto, solitudine e disfacimento morale.
Così si osservano tra loro come animali in gabbia, affascinati e inquieti, trascinati da un desiderio che non sanno nominare. Oreste sogna la vita dissoluta di Poli; Gabriella è attratta dalla rude verità di Oreste; lei e Pieretto condividono il vizio segreto di spogliarsi; e Poli, che si crede guida, finisce risucchiato dai discorsi degli altri.
Sono adolescenti traumatizzati dal contatto con la brutalità del mondo adulto. Corteggiano e fantasticano la piena maturità, la relativizzazione di sé, ma non riescono mai a crescere davvero. Perché negarsi la possibilità di tornare indietro significa, in qualche modo, morire.
Per vivere devono aggrapparsi a qualcosa — un oggetto, un’abitudine, un vizio: vino, droga crudeltà, nudismo. È il loro modo di non cadere. È il loro modo di restare vivi.
A confermarlo è lo stesso Pavese, quando mette in bocca a Poli la considerazione che:
Tutti adoperiamo qualche droga, dal vino ai sonniferi, dal nudismo alla crudeltà della caccia.
Cesare Pavese, Il diavolo sulle colline.
Durante la grande estate torinese, i tre amici fuggono dalla città e si ritrovano nella casa in campagna di Oreste. Qui essi attuano il loro desiderio di sincerità, che passa attraverso l’identificazione con la vita vegetale delle stagioni, e l’ostinata volontà di denudarsi, per farsi natura e cancellare l’”infamia” dei pudori convenzionali.
Mani sull’orlo dei pantaloni, la pelle che si scopre lentamente, il corpo che diventa tronco, corteccia, frutto: vogliono il fresco del vallone segreto, la scabrosità dell’acqua fangosa, il brivido della loro stessa colpa.

Trasgressione e desiderio: la Mater
Viene allora da chiedersi quale significato rivesta, sul piano psicologico, l’atto del denudarsi e immergersi in un torrente o in un pantano da parte dei ragazzi de Il diavolo. La risposta al quesito implica la soluzione di un’antinomia: i personaggi pavesiani, da un lato, vivono il denudamento come una trasgressione, una sfida alla natura, perché “sentono” di «offendere qualcosa o qualcuno»; dall’altro, praticano il nudismo come un rito primigenio, nel quale si mescolano la voluttà più eccitante e il più spasmodico senso di colpa.
Denudandosi, i ragazzi de Il diavolo ripetono l’infantile gesto di mostrarsi nudi ed inermi di fronte alla Mater — che in Pavese è donna e natura — per rigustare una remota felicità, provata forse al tempo della prima infanzia, irrimediabilmente perduta. L’antinomia tra colpa e desiderio, alla fine, non si risolve mai davvero: in Pavese ogni desiderio di ritorno è religiosamente terrificante e romanticamente incompiuto. La ricerca di sé è esasperatamente corteggiata e — lungimirante rispetto alla modernità — votata a un dolce fallimento.
Ma nudo, – disse Oreste, – nel pantano ci stai? Confessai che ci stavo, ma col fiato in gola. – Mi sembra di far peccato, – ammisi, – forse è bello per questo.
Cesare Pavese, Il diavolo sulle colline.

Mini bibliografia:
Lavorare Stanca, Cesare Pavese, 1936.
Il diavolo sulle colline, Cesare Pavese, 1948.
Cesare Pavese e Il mito dell’adolescenza, Franco Pallardo La rosa, 1996.
Il vizio assurdo, Storia di Cesare Pavese, Davide Lajolo, 1960.












