
La gestione e la conservazione delle bollette rappresentano un tema di grande interesse per i consumatori italiani, soprattutto alla luce delle recenti modifiche normative che hanno inciso sui termini di prescrizione.
Conservare correttamente le bollette e le relative ricevute di pagamento è fondamentale per tutelarsi in caso di contestazioni o errori di fatturazione. Vediamo nel dettaglio quali sono le regole aggiornate e i tempi precisi per la conservazione di questi documenti.
La necessità di conservare le bollette e le ricevute di pagamento
Le ricevute di pagamento delle bollette – che possono includere bonifici, bollettini postali o estratti conto bancari – vanno mantenute per dimostrare l’avvenuto saldo in caso di contestazioni. Queste contestazioni spesso riguardano situazioni di presunta morosità, ovvero quando il fornitore accusa indebitamente il cliente di non aver pagato una bolletta, oppure in presenza di addebiti errati nel conguaglio. Nel dettaglio, la contestazione di morosità si verifica quando il fornitore richiede un pagamento per un importo che il cliente ha già saldato.
In questi casi, spetta al consumatore dimostrare di aver adempiuto al proprio obbligo, presentando la ricevuta di pagamento. Per chi effettua la domiciliazione bancaria, la prova può essere fornita tramite estratti conto o lista dei movimenti, rendendo superflua la conservazione delle singole ricevute, a meno che non si estingua il conto corrente. Il conguaglio, spesso basato su letture effettive dei consumi, può invece presentare errori di calcolo o riferimenti imprecisi a fatture precedenti. In queste circostanze, conservare le bollette precedenti permette di contestare facilmente l’addebito errato e ottenere un ricalcolo corretto da parte del fornitore.
Il concetto di prescrizione è fondamentale per comprendere per quanto tempo è necessario conservare le bollette. Secondo l’articolo 2934 del Codice Civile, il diritto di richiedere un pagamento si estingue se non esercitato entro un certo periodo di tempo. Ciò significa che, trascorso il termine di prescrizione, il fornitore non può più esigere il pagamento di importi arretrati, anche se emette successivamente nuove fatture o solleciti.
Negli ultimi anni, la normativa ha ridotto i termini di prescrizione per le utenze domestiche: per la fornitura di energia elettrica, il termine è passato da 5 a 2 anni per le bollette con scadenza successiva al 1° marzo 2018; per la fornitura di gas naturale, l’abbassamento a 2 anni si applica alle bollette con scadenza dal 1° gennaio 2019. Un’eccezione rilevante riguarda il canone RAI, inserito nella bolletta elettrica in 10 rate annuali. Il termine di prescrizione per il canone rimane invece di 10 anni, pertanto le ricevute relative a questi pagamenti dovrebbero essere conservate per un periodo più lungo rispetto alle normali utenze.

Va inoltre sottolineato che la prescrizione può essere interrotta o sospesa: ad esempio, se il gestore invia una raccomandata di diffida per il pagamento degli arretrati, il termine ricomincia da capo. Di conseguenza, il cliente è obbligato a pagare quanto richiesto per evitare ulteriori azioni legali. Oltre alle bollette, esistono altri documenti importanti che richiedono una conservazione di medio-lungo termine. Tra questi si annoverano:
- Spese condominiali, canoni di affitto, dichiarazioni dei redditi e bollette telefoniche/internet, da conservare per almeno 5 anni;
- Assicurazioni e polizze, con tempi variabili da 1 a 5 anni a seconda del tipo di contratto;
- Atti notarili e certificati di matrimonio, che vanno mantenuti senza limiti di tempo;
- Quietanze di pagamento relative a imposte locali (IMU, TARI, TASI) e multe, per 5 anni.
Quando si riceve una bolletta sospetta, oltre la scadenza della prescrizione, con importi errati o richieste di pagamento già effettuate, è possibile contestare ufficialmente la fattura inviando un reclamo scritto al fornitore. È preferibile utilizzare mezzi tracciabili come la raccomandata con ricevuta di ritorno o la posta elettronica certificata (PEC).
Il reclamo deve contenere tutte le informazioni utili per identificare la fornitura e la fattura contestata, inclusi dati anagrafici, codice cliente, codice POD o PDR, numero e data della fattura, importo e motivazioni della contestazione. Se si tratta di un doppio pagamento, è fondamentale allegare la copia della ricevuta.
Il fornitore ha 40 giorni di tempo per rispondere con un ricalcolo o un eventuale rimborso. Nel frattempo, è consigliabile non pagare l’intero importo contestato, ma solo la parte effettivamente dovuta. Se non si raggiunge un accordo, è possibile attivare la procedura di conciliazione presso ARERA entro un anno dall’invio del reclamo, anche tramite mediatori come associazioni dei consumatori o camere di commercio.












