Moda e spettacolo

All’s Fair 2: Kim Kardashian e i costumi che raccontano il potere

La serie di Ryan Murphy torna su Disney+ con un guardaroba spettacolare, tra abiti couture, creazioni d’archivio, gioielli milionari e richiami alla grande Hollywood

di Gloria Contrafatto | 5 Novembre 2026
Foto: IPA / Represented by ZUMA Press, Inc./ipa-agency.net

Con il ritorno della serie di Ryan Murphy, esploriamo il lavoro delle costumiste, gli archivi dell’alta moda e le scelte stilistiche che hanno trasformato il guardaroba delle protagoniste in un racconto di ambizione, identità e potere femminile.

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Paula Bradley e Soki Mak: le due visioni creative dietro All’s Fair

La costruzione del guardaroba di All’s Fair nasce dall’incontro di due approcci differenti. Da una parte Paula Bradley, costumista responsabile del guardaroba del cast principale; dall’altra Soki Mak, stylist scelta personalmente da Kim Kardashian per sviluppare l’identità visiva di Allura Grant.

La collaborazione tra Kardashian e Mak ha una storia particolare. La loro conoscenza è iniziata attraverso Instagram, quando Kim ha contattato direttamente la stylist per realizzare alcuni progetti fotografici. Successivamente, durante la preparazione di un servizio per il Financial Times, Kardashian le ha proposto di partecipare a una produzione televisiva che avrebbe richiesto diversi mesi di lavoro a Los Angeles.

Mak, abituata soprattutto allo styling editoriale, si è trovata così ad affrontare il suo primo grande progetto di costume design. In un’intervista rilasciata a Harper’s Bazaar, ha raccontato che inizialmente l’unica indicazione ricevuta sul personaggio era piuttosto essenziale: Kim avrebbe interpretato un’avvocata divorzista.

Da quella premessa è iniziato un lavoro di ricerca attraverso moodboard, prove di trucco, riferimenti fotografici e selezione di capi d’archivio. La differenza tra i due approcci emerge anche nella costruzione delle protagoniste. Bradley ha lavorato sull’equilibrio complessivo del cast, mentre Mak ha sviluppato per Allura un’immagine più sperimentale, vicina al linguaggio della fotografia di moda.

Foto: Screenshot All’s Fair Season 2 | Official Trailer | Disney+ UK

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Kim Kardashian e Allura Grant: il corsetto come simbolo di potere

Il guardaroba di Allura Grant rappresenta probabilmente l’esempio più evidente dell’approccio anticonvenzionale adottato nella serie. Se il tradizionale power dressing femminile ha storicamente utilizzato giacche strutturate, spalle importanti e riferimenti alla sartorialità maschile, Allura segue una direzione quasi opposta. Il suo abbigliamento enfatizza il corpo attraverso corsetti, costruzioni anatomiche, scollature profonde e silhouette estremamente aderenti.

Dal punto di vista stilistico, questa scelta può essere letta come una reinterpretazione del rapporto tra femminilità e autorevolezza. Il corsetto, tradizionalmente associato alla disciplina del corpo e agli ideali estetici femminili, viene trasformato in un elemento di affermazione visiva. La struttura dell’abito non nasconde la figura, ma la rende protagonista attraverso proporzioni esasperate e volumi studiati.

Per costruire questa immagine, Soki Mak ha selezionato creazioni vintage e d’archivio di maison come Thierry Mugler, Jean Paul Gaultier, John Galliano e Donna Karan. L’obiettivo dichiarato dalla stylist era distinguere Allura dall’immagine pubblica di Kardashian, immaginando una donna talmente ricca e influente da poter accedere ai pezzi più rari della storia della moda.

Una fantasia volutamente amplificata, nella quale il lusso non rappresenta soltanto disponibilità economica, ma anche libertà di espressione.

Foto: Screenshot All’s Fair Season 2 | Official Trailer | Disney+ UK

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Sei modifiche sartoriali per un abito Dior: il backstage di Kim Kardashian

Tra gli episodi più interessanti raccontati da Soki Mak emerge quello relativo a una creazione di John Galliano per Christian Dior, utilizzata durante una scena ambientata da Christie’s. L’abito era stato sottoposto a circa sei interventi sartoriali per adattarne la struttura e trasformarlo in una costruzione dalle forme quasi origami.

Il lavoro non si era limitato al capo. Mak aveva immaginato anche un’acconciatura particolarmente voluminosa, capace di completare l’effetto teatrale della silhouette. Quando Ryan Murphy ha visionato i riferimenti fotografici, ha chiesto di ridimensionare l’acconciatura, giudicandola eccessiva.

La stylist, tuttavia, era convinta che quell’immagine potesse diventare uno dei momenti visivamente più riconoscibili della produzione. L’aneddoto rivela una dinamica fondamentale del costume design: il risultato finale nasce da un confronto continuo tra visione creativa, esigenze della regia, costruzione sartoriale e interpretazione del personaggio. Anche il numero dei cambi d’abito ha rappresentato una sfida. Mak ha raccontato che alcuni look inizialmente pensati per essere distribuiti lungo la stagione sono stati concentrati in un singolo episodio, arrivando a circa dieci outfit.

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La psicologia del colore: come si costruisce una scena attraverso gli abiti

Uno degli aspetti meno evidenti, ma più interessanti, riguarda il coordinamento cromatico. Paula Bradley ha spiegato che la scelta dei colori non poteva essere effettuata considerando separatamente ogni personaggio. Era necessario valutare la composizione complessiva delle scene, verificando quali attrici sarebbero state presenti contemporaneamente e quali tonalità avrebbero indossato.

Un completo blu navy, per esempio, doveva dialogare con un abito color cammello o con una creazione dalle tonalità più intense. L’obiettivo era evitare che i costumi entrassero in competizione visiva, mantenendo una gerarchia cromatica coerente con l’inquadratura. In alcune occasioni, Ryan Murphy ha richiesto palette specifiche per intere sequenze.

Bradley ha raccontato, per esempio, di aver lavorato su una gamma ispirata ai frutti di bosco, individuando in un completo viola Dior destinato a Sarah Paulson il punto di partenza della composizione. Per completare il guardaroba degli altri personaggi sono stati necessari anche interventi sartoriali e creazioni su misura. Questo metodo dimostra quanto il colore sia parte integrante del linguaggio cinematografico.

Non si tratta semplicemente di individuare una tonalità capace di valorizzare un’attrice, ma di costruire un sistema visivo in cui gli abiti partecipano all’equilibrio della scena. portano con sé una storia personale che precede la serie e che contribuisce, indirettamente, alla costruzione del personaggio.

Foto: IPA / Represented by ZUMA Press, Inc./ipa-agency.net

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Glenn Close e l’ispirazione David Bowie: l’eleganza dell’autorevolezza

Se Allura Grant rappresenta una femminilità spettacolare e dichiarata, Dina Standish, interpretata da Glenn Close, propone un linguaggio estetico differente. Paula Bradley ha raccontato di aver trovato un riferimento particolarmente significativo nell’immagine di David Bowie, immaginando per l’attrice una versione femminile della sua eleganza androgina.

La scelta introduce elementi riconducibili alla sartorialità maschile, alla precisione dei tagli e a una costruzione della figura meno dipendente dall’esibizione del corpo. Anche la palette segue una direzione precisa. Nero, grigio e crema costituiscono i colori principali del guardaroba di Dina, creando un contrasto con le tonalità più vivaci utilizzate per altre protagoniste.

Questa essenzialità può essere interpretata come una rappresentazione dell’autorevolezza attraverso il controllo. La forza visiva del personaggio deriva soprattutto dalla qualità della costruzione sartoriale, dalle proporzioni e dalla capacità di rendere riconoscibile una silhouette senza ricorrere necessariamente a elementi decorativi appariscenti.

Foto: Screenshot All’s Fair Season 2 | Official Trailer | Disney+ UK

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Naomi Watts e Niecy Nash-Betts: due interpretazioni della femminilità

Il lavoro cromatico diventa particolarmente interessante osservando Liberty Ronson ed Emerald Greene. Per Liberty Ronson, interpretata da Naomi Watts, il guardaroba privilegia tonalità delicate come rosa cipria, azzurro pastello e beige. Questa gamma cromatica introduce una femminilità più morbida, costruita attraverso sfumature luminose e una maggiore delicatezza visiva.

Emerald Greene, interpretata da Niecy Nash-Betts, si distingue invece per l’utilizzo di colori gioiello, accessori importanti e cappelli scenografici. La differenza tra i due guardaroba permette di comprendere come il costume design possa costruire identità riconoscibili anche all’interno di un gruppo di personaggi che condividono lo stesso ambiente professionale.

Se Liberty comunica un’eleganza più controllata attraverso la delicatezza cromatica, Emerald occupa visivamente lo spazio attraverso intensità, volume e decorazione. Sono due modalità differenti di rappresentare una donna autorevole, entrambe lontane dall’idea di un’uniforme professionale.

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Dal completo tradizionale all’alta moda: l’evoluzione delle protagoniste

Un dettaglio narrativo particolarmente significativo emerge nelle sequenze ambientate dieci anni prima degli eventi principali. Quando le protagoniste lavoravano ancora all’interno di uno studio legale dominato dagli uomini, il loro abbigliamento era caratterizzato da completi più sobri e convenzionali.

Successivamente, con la fondazione del proprio studio, il guardaroba diventa progressivamente più ricco, personale e sperimentale. È un cambiamento che può essere letto attraverso il rapporto tra abbigliamento e autonomia. Nella prima fase, le protagoniste aderiscono ai codici estetici di un ambiente professionale già definito.

Nella seconda, acquisiscono la possibilità di costruire un’identità visiva indipendente. La trasformazione del guardaroba diventa così una rappresentazione dell’evoluzione professionale e personale dei personaggi.

Foto: Screenshot All’s Fair Season 2 | Official Trailer | Disney+ UK

Il debutto di All’s Fair 2 e la couture di Kim Kardashian sul red carpet

La relazione tra All’s Fair e l’alta moda prosegue anche fuori dal set. Per la première newyorkese della seconda stagione, organizzata il 2 novembre 2026, Kim Kardashian ha scelto una creazione couture su misura di Ashi Studio, maison fondata dallo stilista saudita Mohammed Ashi.

L’abito grigio presenta un corsetto estremamente strutturato, pannelli in pelle con lavorazione effetto coccodrillo, inserti in pizzo Chantilly e lunghe frange che accompagnano il movimento della gonna. La creazione, realizzata in oltre 500 ore di lavoro secondo quanto riportato dalla stampa specializzata, è stata scelta con la collaborazione dello stylist Law Roach.

Dal punto di vista della costruzione, il capo lavora sul contrasto tra materiali rigidi e superfici delicate. Il corsetto definisce una silhouette a clessidra molto accentuata, mentre il pizzo introduce trasparenze e leggerezza. La tonalità grigio perla contribuisce a valorizzare la complessità delle lavorazioni senza aggiungere un ulteriore elemento cromatico dominante.

Il risultato richiama l’estetica di Allura Grant, pur appartenendo al guardaroba personale e promozionale di Kardashian. È proprio questa continuità visiva tra personaggio e red carpet a rendere interessante l’operazione: la moda diventa uno strumento capace di accompagnare la narrazione televisiva anche al di fuori dello schermo.

Oltre il guardaroba: la moda come costruzione dell’identità

Il ritorno di All’s Fair offre l’occasione per osservare quanto il costume design possa contribuire alla costruzione di un universo narrativo. Dietro ogni silhouette convivono ricerca d’archivio, competenze sartoriali, studio cromatico e confronto con la regia.

Gli abiti non rappresentano soltanto il gusto personale delle protagoniste, ma permettono di leggere il loro rapporto con il successo, l’ambizione e l’autonomia. E forse è proprio questo l’aspetto più interessante dell’estetica della serie: la capacità di trasformare il guardaroba in un linguaggio attraverso il quale ogni donna definisce il proprio modo di occupare lo spazio.

Perché, in All’s Fair, il potere non viene soltanto esercitato. Viene anche indossato.

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