il maestro del colore

Franco Fontana, l’uomo che ha insegnato alla fotografia a vedere a colori

Addio a uno dei grandi innovatori della fotografia italiana: il suo sguardo ha trasformato il paesaggio in colore, geometria e pura emozione

di Redazione di Luxury Prêt à Porter | 4 Settembre 2026
Foto da: Pinterest

Franco Fontana ha fatto del colore una scelta radicale, in un momento in cui la fotografia d’autore sembrava avere un’unica lingua possibile: il bianco e nero. È partendo da questa intuizione che, dagli anni Sessanta in poi, ha costruito una delle ricerche più riconoscibili della fotografia italiana, trasformando paesaggi, strade, corpi e architetture in composizioni sospese tra realtà e astrazione. Il fotografo modenese è morto il 29 agosto 2026, nella sua casa di Modena, a 92 anni.

Fontana aveva iniziato a fotografare nel 1961, quando la sua era ancora una pratica da autodidatta e da appassionato. Frequentava i fotoclub, scattava nel tempo libero e sperimentava senza appartenere davvero a una scuola. Ma proprio in quegli anni cominciò a sviluppare una ricerca destinata a diventare la sua firma: quella sul colore. Il colore, all’epoca, apparteneva soprattutto alla pubblicità, alla cronaca, alla quotidianità. Fontana decise di portarlo altrove. Non voleva semplicemente fotografare un paesaggio colorato: voleva fare del colore la struttura stessa dell’immagine.

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Il colore come forma

È forse questo il tratto più rivoluzionario della sua fotografia. Nei suoi scatti il paesaggio smette di essere soltanto un luogo e diventa una composizione. Le colline si trasformano in fasce cromatiche, le strade in linee, le ombre in superfici, il cielo in una campitura. La realtà viene progressivamente privata di ciò che non serve fino a raggiungere una forma quasi astratta.

Fontana lavorava per sottrazione. Guardava il mondo e cercava l’immagine nascosta dentro quello che aveva davanti. Una spiaggia poteva diventare una sequenza di colori; un’automobile, un elemento geometrico; un corpo, una superficie attraversata dalla luce. Il soggetto rimaneva riconoscibile, ma perdeva la sua funzione narrativa per diventare qualcosa di più universale.

La sua fotografia si avvicinava così alla pittura, al design e all’architettura. Non sorprende che il suo lavoro sia stato studiato anche in relazione alla composizione dello spazio: nelle sue immagini ogni elemento sembra occupare una posizione precisa, come se l’inquadratura fosse stata progettata prima ancora di essere fotografata.

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Da Modena al mondo

Il riconoscimento arrivò presto. Nel 1963 Fontana partecipò alla Terza Biennale Internazionale del Colore di Vienna. Nel 1964 la rivista Popular Photography pubblicò per la prima volta un suo portfolio, accompagnato da un testo di Piero Racanicchi. Nel 1965 arrivò la prima mostra personale alla Società Fotografica Subalpina di Torino, mentre nel 1968 fu la volta della Galleria della Sala di Cultura di Modena. Quella mostra nella sua città avrebbe rappresentato un passaggio importante nella sua ricerca. Da quel momento la fotografia smise progressivamente di essere una passione coltivata accanto al lavoro e divenne il centro della sua vita professionale.

Il resto della carriera racconta una dimensione internazionale difficilmente riassumibile in poche cifre. Più di 70 libri pubblicati da editori italiani e internazionali, oltre 400 mostre personali e collettive, opere entrate nelle collezioni di più di cinquanta musei nel mondo. Dal Museum of Modern Art di New York al Victoria and Albert Museum di Londra, dal Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris allo Stedelijk Museum di Amsterdam, fino ai musei di Tokyo, Gerusalemme, Melbourne e San Paolo.

Fontana aveva portato il paesaggio italiano molto lontano dall’Italia, trasformandolo in qualcosa che non aveva più bisogno di essere geograficamente riconoscibile.

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Quando l’arte incontra la moda

È proprio qui che il suo lavoro diventa interessante anche per la storia della moda e della comunicazione visiva. Fontana non è stato un fotografo di moda nel senso tradizionale del termine. La sua ricerca non nasceva dalle passerelle né dalla necessità di raccontare una collezione. Eppure il suo linguaggio aveva tutto ciò che la moda avrebbe cercato sempre di più nelle immagini contemporanee: sintesi, identità, colore, geometria e una capacità immediata di trasformare un’immagine in un segno.

Non a caso il suo lavoro è entrato anche nella comunicazione di grandi marchi. Ha firmato campagne per Fiat, Volkswagen, Ferrovie dello Stato, Snam, Sony, Volvo, Canon, Kodak, Versace e Robe di Kappa. La pubblicità diventava così un altro spazio nel quale sperimentare la propria idea di immagine.

Il passaggio dall’arte alla comunicazione commerciale non significava per Fontana rinunciare alla ricerca. Al contrario, dimostrava quanto il suo linguaggio fosse riconoscibile anche fuori dal museo. Una fotografia poteva essere un’opera, una copertina, una campagna pubblicitaria o un’immagine editoriale e continuare a parlare la stessa lingua. È anche per questo che il suo lavoro conserva una sorprendente attualità nel mondo della moda: in un settore nel quale il colore, la composizione e la costruzione dell’immagine sono diventati parte integrante dell’identità di un brand, Fontana aveva intuito molti decenni prima quanto potesse essere potente un’immagine capace di eliminare il superfluo.

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Il paesaggio diventa metafisica

Tra le sue fotografie più note c’è Baia delle Zagare, realizzata nel 1970. L’immagine è costruita attraverso una successione verticale di superfici: la spiaggia, l’ombra dello sperone roccioso, il mare, l’orizzonte. Non c’è bisogno di raccontare quel luogo. Basta guardarlo. Lo stesso accade in molte delle sue fotografie di paesaggio, nelle quali la natura sembra quasi diventare un’architettura. Campi, colline, cieli e strade vengono ricomposti attraverso il colore fino a perdere la loro dimensione quotidiana.

A Phoenix, nel 1979, Fontana fotografò un’automobile coperta da un telo, circondata da una recinzione e immersa nei colori netti dell’Arizona. Quell’immagine sarebbe poi diventata la copertina dell’album Le città di frontiera di Ivano Fossati. Ancora una volta, un frammento di realtà veniva trasformato in qualcosa di diverso: non una semplice fotografia di un’automobile, ma una scena sospesa, quasi cinematografica. È questa la forza del suo lavoro. Fontana non aveva bisogno di cercare luoghi straordinari; gli bastava cambiare il modo di guardarli.

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Una fotografia che continua a vivere

Nel corso della sua carriera ha collaborato con alcune delle più importanti testate internazionali, da Time-Life a Vogue USA e Vogue France, passando per The New York Times, Frankfurter Allgemeine, Il Venerdì di Repubblica, Sette, Panorama ed Epoca. Ha insegnato, tenuto workshop e conferenze in Europa, Stati Uniti e Asia, collaborando anche con istituzioni come il Centre Georges Pompidou e il Guggenheim Museum di New York. La sua fotografia, però, non è rimasta confinata alle istituzioni. È entrata nell’immaginario comune proprio perché riusciva a fare qualcosa di raro: rendere straordinario ciò che normalmente non lo è.

Franco Fontana ha trascorso oltre sessant’anni a fotografare il mondo senza limitarsi a riprodurlo. Ha scelto il colore quando il colore sembrava una strada laterale, ha trasformato il paesaggio in geometria e ha fatto dialogare arte, editoria, pubblicità e cultura visiva senza lasciarsi definire completamente da nessuno di questi mondi. La sua eredità è forse tutta qui. Nel modo in cui, dopo aver visto le sue fotografie, guardiamo una collina, una strada, un’ombra o una superficie e ci accorgiamo che la realtà può essere molto più astratta, elegante e sorprendente di quanto avessimo immaginato.

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