Sguardo fotografico

Aurelio Amendola, quando la fotografia trasforma l’arte in materia

A Palazzo Reale di Milano gli scatti di uno dei più importanti fotografi d’arte italiani raccontano Michelangelo, Bernini, Canova, Burri, Vedova e Nitsch. La mostra diventa anche un libro, pubblicato da Skira, che raccoglie oltre cinquant’anni di ricerca attraverso 85 fotografie

di Redazione di Luxury Prêt à Porter | 3 Settembre 2026
Foto: Ufficio stampa

Avvicinarsi a una scultura attraverso una fotografia significa accettare che qualcosa cambi. La distanza, la luce, il punto di vista modificano la percezione della materia e possono far emergere particolari che, davanti all’opera originale, rimangono quasi invisibili. È su questa possibilità che Aurelio Amendola ha costruito una parte essenziale della propria ricerca, dedicando oltre cinquant’anni alla fotografia d’arte e al rapporto con alcuni dei più grandi protagonisti della storia dell’arte italiana e internazionale.

Al Palazzo Reale di Milano, fino al 6 settembre 2026, Aurelio Amendola. Capolavori fotografati raccoglie 85 fotografie realizzate tra il 1976 e il 2025: un percorso che attraversa la scultura rinascimentale e neoclassica, l’arte del Novecento e alcuni dei luoghi più riconoscibili della cultura italiana. Michelangelo, Bernini e Canova dialogano con Alberto Burri, Emilio Vedova e Hermann Nitsch, mentre una sezione inedita è dedicata al Duomo di Milano. La mostra arriva trent’anni dopo la personale Cappelle Medicee, presentata proprio a Palazzo Reale nel 1995, e restituisce la complessità di una carriera nella quale la fotografia è diventata progressivamente uno strumento di interpretazione dell’arte.

Dentro la scultura, attraverso la luce

Il rapporto di Amendola con la scultura nasce molto presto e diventa uno dei tratti distintivi della sua carriera. Il suo primo grande progetto è legato al pulpito di Giovanni Pisano a Pistoia, fotografato a partire dal 1964 e raccolto nel volume Il pulpito di Giovanni Pisano a Pistoia del 1969.

Da allora, il suo obiettivo si concentra sulle forme della tradizione italiana: Donatello, Jacopo della Quercia, Luca della Robbia, Canova, Bernini e Michelangelo. Non si tratta però di una ricerca impostata sulla semplice catalogazione delle opere. Amendola lavora sulla percezione, cercando di comprendere come una scultura occupi lo spazio e come la luce possa modificarne la presenza. Il bianco del marmo diventa così una superficie mutevole, le ombre sottolineano una piega, isolano un volto, seguono la tensione di un corpo, un dettaglio può acquistare un’importanza completamente diversa quando viene separato dal contesto e portato in primo piano.

Questa attenzione alla tridimensionalità è uno degli elementi che distinguono il lavoro di Amendola dalla fotografia documentaria. La macchina fotografica diventa quasi un secondo strumento di scultura: seleziona, sottrae, mette in risalto. Il risultato è particolarmente evidente nelle immagini dedicate a Michelangelo, una presenza costante nella carriera del fotografo. Ai suoi marmi Amendola ha dedicato cataloghi, mostre e monografie, tornando più volte sulle stesse opere per cercare nuove possibilità di lettura. Nel 1994, il volume Un occhio su Michelangelo, dedicato alle Cappelle Medicee di San Lorenzo a Firenze, gli vale il Premio Oscar Goldoni per il miglior libro fotografico dell’anno.

Aurelio Amendola, Duomo di Milano, 2009, Stampa Inkjet Fine Art su carta fotografica, 105 x 150 cm (110 x 155 cm con cornice) © Aurelio Amendola

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Il Novecento cambia la materia

La ricerca di Amendola non si esaurisce nella storia dell’arte antica. Nel corso degli anni il fotografo costruisce rapporti personali e professionali con numerosi artisti del Novecento, arrivando a fotografare Giorgio de Chirico, Arnaldo Pomodoro, Mario Schifano, Roy Lichtenstein e Andy Warhol.

Particolarmente importanti sono i sodalizi con Marino Marini e Alberto Burri. Con Burri, in particolare, il fotografo instaura un rapporto che va oltre la realizzazione delle immagini. La conoscenza diretta dell’artista permette ad Amendola di avvicinarsi alle sue opere con una sensibilità diversa, concentrandosi sulla materia, sulle superfici e sulle tracce lasciate dal gesto. Il passaggio da Michelangelo a Burri rivela quanto sia ampio il campo d’indagine del fotografo; cambiano i secoli, i materiali e i linguaggi, ma rimane centrale il rapporto tra forma e materia.

Le opere di Burri, Vedova e Nitsch portano nella fotografia una dimensione più dinamica. La superficie non è più soltanto qualcosa da osservare, ma conserva l’energia di un’azione. Le fotografie cercano la tensione che precede o segue il gesto artistico, trasformando la superficie dell’opera in uno spazio da attraversare con lo sguardo. È proprio nel confronto tra antico e contemporaneo che la ricerca di Amendola acquista una delle sue caratteristiche più interessanti. Il fotografo non costruisce una separazione netta tra le due dimensioni, ma lascia che si incontrino attraverso forme, corpi, superfici e contrasti luminosi.

Aurelio Amendola, Duomo di Milano, 2009, Stampa Inkjet Fine Art su carta fotografica, 105 x 150 cm (110 x 155 cm con cornice) © Aurelio Amendola

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Il Duomo di Milano diventa materia

Tra i nuclei più recenti della mostra c’è quello dedicato al Duomo di Milano, con una serie di fotografie inedite realizzate nel 2009. Anche qui Amendola sceglie di allontanarsi da una visione puramente monumentale. La cattedrale viene osservata nei suoi dettagli, nelle sue stratificazioni e nelle sue infinite variazioni di superficie. Guglie e statue diventano elementi di una composizione più ampia, mentre la luce accompagna lo sguardo lungo la pietra.

Il Duomo appare come un’enorme struttura plastica. La sua architettura viene percepita attraverso la stessa sensibilità con cui Amendola ha fotografato la statuaria: attenzione al volume, alla profondità, alle ombre e al rapporto tra le diverse parti. È una prospettiva che appartiene a una ricerca più ampia sui luoghi; in questi progetti l’architettura e il paesaggio non sono semplici sfondi. Diventano soggetti dotati di una propria identità visiva.

Alberto Burri – Città di Castello (1976) Foto da: aurelioamendola.it

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Una carriera costruita attraverso gli incontri

Nato a Pistoia nel 1938, Aurelio Amendola ha sviluppato una carriera strettamente legata agli artisti e alle loro opere. Nel tempo ha costruito una vera e propria galleria fotografica dei protagonisti del Novecento, alternando la ritrattistica alla documentazione e interpretazione delle loro opere.

La frequentazione personale con molti artisti ha avuto un peso significativo nel suo percorso. Manzù, Fabbri, Ceroli, Vangi, Kounellis, Pistoletto, Parmiggiani, Paladino, Barni, Ruffi e Mainolfi sono alcuni dei nomi incontrati nel corso degli anni, spesso diventati protagonisti di monografie accompagnate dalle sue fotografie. Il suo archivio racconta quindi anche una stagione dell’arte italiana vissuta da vicino, attraverso atelier, studi, musei e luoghi di lavoro. Sono numerosi anche gli studiosi e gli intellettuali che hanno scritto del suo lavoro, da Maurizio Calvesi ad Antonio Paolucci, da Antonio Natali a Bruno Corà, Vincenzo Trione, Walter Guadagnini e Tomaso Montanari, fino ad Antonio Scurati e Antonio Scurati.

Basilica di San Pietro – Roma (1998) Foto da: aurelioamendola.it

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La mostra diventa un libro

Il progetto di Palazzo Reale è accompagnato dalla monografia pubblicata da Skira, Aurelio Amendola. Burri, Vedova, Nitsch, Duomo Milano, Bernini, Canova, Michelangelo.

Il volume raccoglie 85 fotografie e permette di seguire in modo organico le diverse direzioni della ricerca di Amendola. L’edizione bilingue italiano-inglese conta 224 pagine e include contributi di Gianluigi Colin, Vincenzo Trione, Maurizio Calvesi, Marco Meneguzzo, Walter Guadagnini, Bruno Corà, Silvio Ceccato, Giuseppe Frangi, Tomaso Montanari, Sergej Androsov, Antonio Natali, Antonio Scurati e Antonio Paolucci.

Il libro non accompagna soltanto la mostra, ma ne amplia il racconto. Le immagini vengono messe in relazione tra loro secondo una sequenza che attraversa secoli di storia dell’arte, permettendo di riconoscere la continuità di uno sguardo rimasto fedele alla materia.

Foto: Ufficio stampa

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L’ultimo incontro a Palazzo Reale

Prima della chiusura della mostra, Aurelio Amendola incontrerà il pubblico a Milano. Giovedì 3 settembre alle ore 19 il fotografo accompagnerà i visitatori in una visita speciale a Aurelio Amendola. Capolavori fotografati, raccontando direttamente il percorso espositivo e il rapporto con le opere raccolte nelle sale di Palazzo Reale. Al termine della visita è previsto un firmacopie della monografia Skira per chi acquisterà il volume.

È un appuntamento che arriva negli ultimi giorni dell’esposizione, prima della chiusura del 6 settembre, e che permette di tornare sul lavoro di un fotografo che ha fatto della storia dell’arte il proprio territorio di ricerca. La sua fotografia continua a muoversi tra epoche lontanissime, dal marmo di Michelangelo alla materia di Burri, dalle forme di Canova alle superfici del contemporaneo. Cambiano gli artisti, cambiano i materiali, cambiano i secoli. Rimane la luce, utilizzata da Amendola come uno strumento capace di modificare la percezione e riportare ogni opera dentro il presente.

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