Cate Blanchett contro il fast fashion: “Fashionopolis” porta al cinema il lato oscuro della moda

Dal libro-inchiesta di Dana Thomas nasce un documentario prodotto dall’attrice australiana. Un viaggio dentro un sistema che ha trasformato i vestiti in oggetti usa e getta e che ci chiede di comprare sempre di più, mentre il pianeta e le persone pagano il conto

di Redazione di Luxury Prêt à Porter | 2 Settembre 2026
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Ci sono abiti che ricordiamo per tutta la vita e altri che dimentichiamo dopo poche settimane. È forse proprio qui che comincia la storia di Fashionopolis, il libro-inchiesta di Dana Thomas che Cate Blanchett ha deciso di portare sul grande schermo attraverso la sua casa di produzione Dirty Films. Un progetto che arriva in un momento in cui parlare di moda significa anche interrogarsi su ciò che accade molto lontano dalle passerelle, dai red carpet e dalle vetrine perfette delle grandi città.

Il documentario, diretto da Reiner Holzemer, già autore di film dedicati a Martin Margiela, Dries Van Noten e Thom Browne, partirà dall’indagine pubblicata da Thomas nel 2019: un viaggio dentro l’industria globale dell’abbigliamento per raccontarne il prezzo reale. Non soltanto quello scritto sull’etichetta, ma quello ambientale e umano. Ed è proprio questo il punto da cui vale la pena partire.

Fashionopolis, quando un vestito smette di essere soltanto un vestito

Dana Thomas lo aveva capito mentre lavorava al suo libro: per raccontare davvero la moda contemporanea non bastava osservare le collezioni, intervistare i designer o entrare negli showroom. Bisognava seguire i vestiti all’indietro, fino al luogo in cui nascono.

La giornalista americana ha viaggiato tra fabbriche e comunità tessili, arrivando anche in Bangladesh, dove si trovava il Rana Plaza, l’edificio crollato nel 2013 provocando la morte di più di mille persone. Ha fatto domande scomode e ha cercato di capire come sia stato possibile arrivare a un sistema nel quale un abito può costare pochissimo, essere prodotto in tempi rapidissimi e lasciare quasi immediatamente il posto al successivo. La risposta è tutt’altro che rassicurante. Nel libro Thomas parte da una considerazione quasi banale, e proprio per questo potentissima: paghiamo troppo poco i nostri vestiti.

Un abito che costa poche decine di euro sembra un affare. Ma se il prezzo è così basso, qualcuno, da qualche parte nella filiera, sta inevitabilmente sostenendo il costo di quella differenza. Può essere il lavoratore che riceve uno stipendio insufficiente, l’agricoltore che coltiva il cotone in condizioni difficili, il fiume nel quale vengono riversate sostanze chimiche oppure il pianeta stesso, costretto a fornire continuamente nuove risorse per alimentare una produzione senza fine. Il vero scandalo del fast fashion, quindi, non è soltanto la sua velocità. È l’illusione che quella velocità sia gratuita.

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Abbiamo trasformato la moda in una cultura dell’usa e getta

Per decenni comprare un vestito ha significato, almeno idealmente, scegliere qualcosa che sarebbe rimasto nell’armadio per anni. Oggi il meccanismo è cambiato. Le tendenze arrivano sugli smartphone, diventano virali sui social e nel giro di pochissimo tempo compaiono sugli scaffali e negli e-commerce. Il guardaroba si rinnova continuamente e il capo non viene più necessariamente acquistato perché serve, ma perché in quel momento rappresenta qualcosa che desideriamo essere.

Il risultato è una quantità enorme di vestiti prodotti, acquistati, indossati poche volte e poi abbandonati. È una spirale difficile da interrompere perché il sistema è costruito proprio per alimentarla: più compriamo, più siamo portati a comprare. Più le collezioni cambiano rapidamente, più ciò che possediamo sembra vecchio anche quando non lo è affatto. E così il vestito perde valore ancora prima di consumarsi. È forse questa la conseguenza culturale più sottovalutata del fast fashion: ci ha insegnato a non affezionarci alle cose.

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Il prezzo invisibile dietro ai vestiti economici

L’industria della moda produce ogni anno quantità enormi di abbigliamento e impiega milioni di persone lungo una filiera globale complessa. Ma dietro questa macchina gigantesca ci sono materie prime, acqua, energia, trasporti, sostanze chimiche e lavoro umano. E quando il modello economico punta sulla quantità e sul prezzo più basso possibile, la pressione finisce inevitabilmente lungo tutta la catena. Il problema riguarda anche i materiali. Il poliestere, derivato dal petrolio e largamente utilizzato nell’abbigliamento contemporaneo, può rilasciare microfibre durante i lavaggi; le tinture e i trattamenti tessili possono avere conseguenze pesanti sugli ecosistemi quando non vengono gestiti correttamente. E alla fine del percorso rimane il problema dello smaltimento.

In Europa vengono scartate milioni di tonnellate di vestiti e calzature ogni anno. Una parte consistente non torna a essere materia prima per nuovi capi e può finire in discarica, negli inceneritori o nei mercati dell’usato del Sud globale. È qui che la parola “sostenibilità” rischia di diventare soltanto una bella etichetta.

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Il greenwashing non può essere la risposta

Negli ultimi anni la moda ha imparato a parlare molto di più di riciclo, materiali alternativi e collezioni conscious. Ed è un passo importante, ma non sempre sufficiente.

Perché un sistema che continua a produrre quantità enormi di vestiti e contemporaneamente invita il consumatore a comprarne sempre di più non diventa automaticamente sostenibile soltanto perché alcuni capi contengono materiale riciclato. La sostenibilità non può essere soltanto una capsule collection o una targhetta verde appesa a un prodotto. E soprattutto non può diventare un modo per farci sentire meno in colpa mentre continuiamo a consumare allo stesso ritmo. La vera domanda dovrebbe essere un’altra: abbiamo davvero bisogno di produrre così tanti vestiti?

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Il più grande segreto del lusso: ciò che distingue chi riconosce il valore

La lezione di Dana Thomas è semplice: meno, ma meglio

La risposta proposta da Fashionopolis non è quella di smettere di amare la moda. Ed è forse questo l’aspetto più interessante. Thomas non mette in discussione il desiderio di vestirsi bene, di cercare bellezza o di esprimere la propria personalità attraverso ciò che indossiamo: mette in discussione l’idea che per farlo sia necessario consumare continuamente.

Nel suo libro invita designer e aziende a tornare a una logica più lenta: produrre meno, puntare sulla qualità, creare capi destinati a durare. E chiede ai consumatori di riconoscere nuovamente il valore di ciò che acquistano. Non è un caso che il suo sogno sia un mondo nel quale sia più semplice trovare vestiti sostenibili senza dover necessariamente spendere una fortuna. Un mondo nel quale un paio di jeans possa essere prodotto con materiali meno dannosi e nel quale chi lavora nella filiera possa ricevere uno stipendio dignitoso. Perché il lusso, se vuole continuare a significare qualcosa, dovrebbe essere anche questo: tempo, qualità, cura e rispetto per ciò che viene creato.

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Cate Blanchett e quella moda che non ha bisogno di essere nuova

In questo racconto Cate Blanchett non è una produttrice casuale. L’attrice australiana è da anni una delle presenze più interessanti quando si parla di moda e sostenibilità. Non tanto perché abbia rinunciato al glamour, quanto perché ha dimostrato che glamour e riuso possono convivere.

Blanchett ha più volte indossato nuovamente abiti già presenti nel suo guardaroba, trasformando il red carpet in un’occasione per ricordare che la novità non è necessariamente sinonimo di valore. Un abito Armani può tornare davanti ai fotografi anni dopo la sua prima apparizione e continuare a essere desiderabile. È un gesto apparentemente semplice, ma culturalmente molto potente. Perché quando una delle donne più fotografate del mondo decide di ripetere un look, sta dicendo che non c’è niente di cui vergognarsi nel non avere sempre qualcosa di nuovo. Anzi, forse è proprio il contrario.

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La vera rivoluzione potrebbe essere smettere di comprare per dimenticare

Il film di Cate Blanchett arriva quindi con una domanda molto più grande del semplice “fast fashion sì o no”. Ci chiede che cosa vogliamo davvero dalla moda. Se vogliamo continuare a considerare un vestito come un oggetto da indossare poche volte e poi sostituire, oppure se vogliamo tornare a costruire un rapporto con ciò che scegliamo di mettere nell’armadio.

Comprare meno non significa necessariamente rinunciare allo stile. Significa scegliere con maggiore attenzione. Cercare tessuti migliori. Riparare, rivendere, scambiare, conservare, indossare ancora e ancora quel cappotto che magari abbiamo da dieci anni e che, proprio per questo, racconta qualcosa di noi. La moda è nata per durare molto più di una tendenza sui social.

E forse il gesto più radicale, oggi, non è comprare il capo più sostenibile disponibile sul mercato. È chiedersi, prima di acquistarlo, se abbiamo davvero bisogno di un altro capo. Fashionopolis porterà questa domanda al cinema; Cate Blanchett, con il suo sguardo sulla moda e il suo impegno produttivo, ci ricorda che dietro ogni abito esiste una storia. E che quella storia, finalmente, merita di essere guardata prima ancora del cartellino del prezzo.

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