Intervista esclusiva

Steve McCurry: l’intervista al maestro che fotografa gli orizzonti dell’anima

In occasione della mostra “Orizzonti lontani” a Parma, abbiamo intervistato Steve McCurry: un dialogo sul viaggio, l’umanità e le immagini che hanno fatto la storia.

di Redazione di LUXURY prêt à porter | 20 Febbraio 2026
Foto: Steve McCurry

Steve McCurry è considerato, a ragione, uno dei più grandi fotografi viventi: un artista che ha fatto della fotografia di viaggio una vera e propria cartografia dell’umano. Attraverso la lente del suo obiettivo, McCurry ha raccontato l’universale umanità nascosta nelle pieghe degli occhi, tra ciglia e palpebre, pelle e rughe. Un approccio che lega a sé la tradizione atmosferica di Luigi Ghirri all’attenzione umana, troppo umana di Dorothea Lange: dopo decenni di attività, Steve McCurry rimane ancora oggi il punto di congiunzione tra tempi e spazi diversi, un esploratore del visibile che rende letterale il concetto di portare alla luce. Fino al 12 aprile 2026 sarà possibile visitare la sua mostra Orizzonti lontani, un’occasione unica per ripercorrere le fotografie che hanno segnato un’epoca, allestita presso Palazzo Pigorini di Parma. Lo abbiamo incontrato.

Steve McCurry in mostra a Parma: un viaggio alla scoperta di un’icona

Fino al 12 aprile, Palazzo Pigorini a Parma diventerà un tempio della fotografia contemporanea: a guidare i giochi Biba Giacchetti, profonda conoscitrice dell’opera di McCurry, che proprio per questa ragione ha sviluppato un percorso che non si articola in modo cronologico, bensì secondo quelle che potremmo definire affinità elettive. Le fotografie sono infatti accostate secondo un sistema di corrispondenze, alla ricerca dei fili rossi sottesi capaci di mappare il presente al di là di confini geografici e temporali. Prodotta da ARTIKA, in collaborazione con Orion57 e il Comune di Parma, la mostra fa dell’attraversamento una poetica vera e propria, permettendo al fruitore di percorrere i sentieri attraversati da McCurry, lungo orizzonti dello sguardo dalla carica vitale inesauribile.

Foto: Steve McCurry

L’intervista a Steve McCurry: il fotografo che ha segnato un’epoca

Dopo oltre quarant’anni di carriera, cosa ti spinge ancora oggi a viaggiare per il mondo alla ricerca di nuovi volti e nuove storie?

Curiosità. Sento ancora che il mondo è infinitamente più grande della mia esperienza. Ogni luogo, ogni cultura, ogni volto contiene qualcosa che non ho mai visto prima. La fotografia, per me, è sempre stata un modo per imparare. Finché ci sono storie che si dipanano, mi sento in dovere di assistervi.

L’elemento umano è sempre centrale nei tuoi ritratti. Cosa cerchi negli occhi di una persona prima di scattare?

Cerco la presenza. Un momento in cui la persona è pienamente presente, non recita, non si nasconde. Negli occhi si percepisce vulnerabilità, forza, dubbio, dignità. Quando avviene questo scambio silenzioso tra noi, è allora che scatto. La fotografia inizia in quella quiete condivisa.

La “Ragazza afgana” è diventata una delle immagini più iconiche della storia della fotografia. Qual è il tuo rapporto oggi con questa fotografia che ha segnato per sempre la tua carriera?

È una fotografia che ha avuto vita propria. Per me, rappresenta un momento nel tempo: una ragazza sfollata a causa del conflitto, che tuttavia guarda l’obiettivo con straordinaria intensità. Sono grata che l’immagine abbia attirato l’attenzione sulla sua storia e sulla situazione dei rifugiati. Allo stesso tempo, l’ho sempre vista come un’immagine tra le tante di una vita di lavoro.

Foto: Steve McCurry

Hai ritratto guerre, migrazioni, spiritualità, culture lontane e la vita quotidiana più intima. C’è un luogo al mondo che senti più “tuo” di altri, sia artisticamente che personalmente?

Ci sono luoghi che mi hanno plasmato profondamente: l’India, l’Afghanistan, il Sud-est asiatico. Ma cerco di non pensare in termini di proprietà. Ciò che sento “mio” è il legame che costruisco con le persone. Si tratta meno di una questione geografica e più di un incontro umano.

Dolore e bellezza coesistono spesso nelle tue immagini. Come riesci a mantenere questo equilibrio senza mai scivolare nel sensazionalismo?

Il rispetto è essenziale. Non voglio mai sfruttare la sofferenza. Anche nelle situazioni difficili, cerco la dignità. Il dolore fa parte della vita, ma lo è anche la resilienza. La bellezza può esistere nelle circostanze più fragili. L’equilibrio nasce dalla pazienza e dall’essere pienamente presenti, piuttosto che dalla ricerca del dramma.

Foto: Steve McCurry

Hai spesso affermato che la pazienza è una delle qualità più importanti nel tuo lavoro. Quanto tempo riesci ad aspettare prima di catturare quella che ritieni essere l’immagine “giusta”?

Tutto il tempo necessario. A volte minuti, a volte ore, a volte giorni. La fotografia è spesso un’attesa che gli elementi si allineino: luce, gesto, emozione. Non si può avere fretta nell’autenticità.

Le tue fotografie sono molto amate anche dalle generazioni più giovani. Come vedi il rapporto tra fotografia, social media e attenzione visiva oggi?

Viviamo in un’epoca di immagini infinite. L’attenzione è frammentata. Ma credo che le immagini forti abbiano ancora il potere di fermare le persone, anche solo per un istante. La sfida oggi è creare fotografie che invitino chi le guarda a rallentare, a guardare più a lungo, a percepire qualcosa che va oltre lo scorrimento.

Foto: Steve McCurry

La spiritualità, in particolare il Buddismo, è un tema ricorrente nei tuoi lavori. Che ruolo gioca il sacro nella tua visione del mondo?

Per me, la spiritualità non si limita alla religione. È una questione di consapevolezza. In molti dei luoghi che ho fotografato, si respira un silenzioso senso di contemplazione. Ne sono attratto. Il sacro si può trovare in un rituale, ma anche in un gesto, nel silenzio, nel modo in cui la luce sfiora un volto.

Foto: Steve McCurry

Dopo tanti viaggi e incontri, cosa ti ha cambiato di più come essere umano, prima ancora di essere un fotografo?

Viaggiare mi ha reso più consapevole della nostra comune umanità. Nonostante le differenze culturali, le emozioni sono universali: amore, paura, speranza, perdita. Rivederle ripetutamente mi ha reso più empatico, più paziente.

Se dovessi lasciare un messaggio a un giovane fotografo che sogna di raccontare il mondo attraverso le immagini, quale sarebbe?

Siate curiosi. Siate pazienti. E soprattutto, abbiate cura dei vostri soggetti. Una fotografia non è solo una questione di composizione o tecnica. È una questione di connessione. Se vi avvicinate alle persone con onestà e rispetto, l’immagine lo rifletterà.

Foto: Steve McCurry
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