
Milano ha prestato uno dei suoi luoghi più riconoscibili alla moda internazionale. La sera del 22 settembre, Vogue World Milano 2026 ha trasformato la Galleria Vittorio Emanuele II in una lunga scena attraversata da epoche, abiti, musica e riferimenti alla cultura italiana.
Il punto di partenza era l’“Intelligenza Artigianale”: quella capacità di costruire, lavorare, decorare e tramandare che attraversa la storia del Made in Italy molto prima che diventasse un’espressione conosciuta nel mondo. Dal Rinascimento alla Rivoluzione Industriale fino alle interpretazioni più contemporanee della moda, lo show ha costruito il proprio racconto attraverso maison, designer, artigiani e volti internazionali.
Cardi B ha riportato in scena uno dei capitoli più riconoscibili dell’archivio Versace, Etro ha aperto la sfilata con monumentali cappe Paisley, Beatrice Borromeo ha scelto il rigore fluido di Dior, mentre Matteo Bocelli ha lasciato per una sera il microfono per percorrere la passerella in completo sartoriale. Anche trucco e capelli hanno seguito la stessa direzione, recuperando dettagli della pittura rinascimentale e traducendoli nel linguaggio beauty contemporaneo. Il risultato è stato un ritratto dell’Italia costruito attraverso ciò che sa fare meglio: trasformare la memoria in materia.

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Bianca Balti e la bellezza rinascimentale
Bianca Balti ha invece interpretato la bellezza rinascimentale nel primo capitolo di Vogue World con un look Giambattista Valli della collezione Moroccan. La top model ha sfilato con una lunga gonna in jacquard lamé dorato decorata da motivi a papavero e un top in tulle ricamato con “fiori notturni”, paillettes, perle e cristalli, completato da un collo a “gorget” in organza di seta. Una costruzione sontuosa che intrecciava le silhouette scultoree dei ritratti rinascimentali del Bronzino con motivi ottomani e suggestioni provenienti dagli storici caftani marocchini.
A rafforzare il carattere regale del look erano i gioielli Bulgari Alta Gioielleria: orecchini pendenti in oro rosa con elementi in onice, granati mandarino, rubelliti e diamanti. Gli anelli con pietre di diversi colori, scelti invece su eBay, comparivano velati dai guanti. Dopo aver partecipato anche a Vogue World Hollywood nel 2025, Balti è tornata così sulla passerella dell’evento assumendo a Milano un ruolo perfettamente inserito nel racconto del primo atto, dedicato alla cultura visiva e alla manifattura del Rinascimento italiano.

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Cardi B riporta in scena l’archivio Versace
Tra le presenze che hanno attirato maggiormente l’attenzione c’è stata Cardi B. La rapper ha partecipato alla sezione “Patterns”, dedicata alla passione italiana per stampe e motivi grafici, indossando un abito Versace della collezione primavera estate 2018. Il vestito, attraversato da reinterpretazioni pop art delle storiche copertine di Vogue, aveva però una storia che andava oltre l’impatto cromatico.
La primavera estate 2018 di Versace era infatti The Tribute Collection, la collezione con cui Donatella Versace ricordò il fratello Gianni nel ventesimo anniversario della sua scomparsa, recuperando dagli archivi stampe e codici grafici legati all’immaginario del fondatore.
Nel cuore di Milano si sono così sovrapposti l’archivio di una maison milanese, la storia di Vogue stampata sul tessuto e una protagonista della cultura pop contemporanea. Cardi B ha completato il look con i bracciali Bone di Elsa Peretti per Tiffany & Co. e sandali Versace. La rapper aveva già sfilato nel 2023 per la Pre-Fall 2024 di Balenciaga a Los Angeles; a Vogue World, però, il ritorno di quel Versace d’archivio ha riportato davanti a una nuova generazione una pagina precisa della storia della maison.

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Etro e il Paisley nel primo atto
Il primo atto dello show si è aperto invece con misteriose figure incappucciate avvolte nelle cappe realizzate da Etro. Il Paisley, uno dei codici più riconoscibili della maison, compariva su grandi volumi in velluto di seta dévoré color burgundy. Ogni cappa richiedeva sette metri e mezzo di tessuto proveniente dal distretto serico di Como, scelto anche per la capacità di riflettere la luce dei marmi della Galleria. Le figure accompagnavano Roberto Bolle, in una cappa couture Dolce&Gabbana, nel segmento dedicato al Rinascimento e portavano lampade disegnate da Jony Ive.
Come ha spiegato a Vogue Italia lo stylist Luca Galasso, l’intenzione era costruire figure barocche e romantiche attraverso volumi ampi e un burgundy capace di richiamare il mantello di Bolle. Dietro la dimensione scenografica rimaneva centrale il tessile: il team Etro ha lavorato sulla ricerca dei materiali e sulla manifattura, trasformando il Paisley da semplice motivo decorativo a elemento identitario. La lavorazione serica comasca riportava così la scena al tema dell’artigianalità italiana, filo conduttore dell’intera serata.
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Dal Rinascimento alla sartoria contemporanea
Il riferimento al Rinascimento non si fermava agli abiti. Vogue Italia racconta come il beauty del primo atto guardasse a Raffaello, Botticelli, Ghirlandaio e Leonardo da Vinci. Il make-up di Pat McGrath riprendeva i rossi della pittura rinascimentale e i “moti dell’animo”, portando il blush dalle guance fino alle tempie. Le acconciature di Cyndia Harvey, invece, prendevano spunto dalla Dama con l’Ermellino, da Ginevra de’ Benci e dalla Venere di Botticelli, alternando ricci, intrecci e texture più materiche.
Con il passaggio alla Rivoluzione Industriale cambiavano ritmo e silhouette. Matteo Bocelli ha sfilato come modello nel secondo atto, “The Industrial Revolution / Machine Made”, sulle note di Prisencolinensinainciusol di Adriano Celentano. Indossava un completo Caruso in lana grigia mélange con trama grisaglia, camicia bianca, cravatta bordeaux e calzature Fratelli Rossetti.
Dietro la linea essenziale dell’abito emergeva il lavoro sartoriale: spalla vuota con giro manica “a camicia”, spacchi posteriori, tasche a toppa e un’intelatura interna realizzata con materiali naturali, tra cui crine di cavallo e lana di cammello maschio della Mongolia. Un dettaglio particolarmente coerente con un atto dedicato alla produzione industriale: mentre lo spettacolo raccontava velocità e ripetizione, l’abito riportava l’attenzione sul lavoro manuale che continua a esistere dietro la sartoria contemporanea.

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Beatrice Borromeo, il contrappunto Dior
Fuori dalla passerella, il front row raccontava un’altra idea di eleganza. Beatrice Borromeo è arrivata in Galleria con un look Christian Dior costruito sul contrasto tra bianco e nero: camicia di raso bianco dalle maniche ampie, lunga gonna nera satinata con drappeggio laterale e sandali T-bar in raso nero, decorati da un piccolo bocciolo di rosa tridimensionale.
La stessa combinazione era stata indossata pochi mesi prima da Rebecca Ferguson alla sfilata Dior Haute Couture autunno inverno 2026-2027 a Parigi, ma con uno styling più destrutturato. Borromeo ne ha dato invece una lettura più composta, inserendo la camicia nella fascia alta della gonna e sottolineando il punto vita. Anche il beauty seguiva questa misura: labbra rosso mattone, sfumature rosa antico e bronzo sugli occhi, capelli biondi in morbide onde e un semiraccolto che lasciava scoperto il viso.
Vogue World Milano 2026 ha trovato proprio nei contrasti uno dei suoi elementi più interessanti. L’archivio Versace indossato da Cardi B, il Rinascimento riletto da Etro, la sartoria Caruso e l’essenzialità Dior hanno attraversato epoche e linguaggi diversi. A tenere insieme il racconto, la Galleria Vittorio Emanuele II: non semplice cornice, ma parte della scena, con i suoi mosaici, il ferro, il vetro e la luce.













