Archivio italiano

Sergio Soldano, l’archivio contemporaneo

Elizabeth Taylor, Grace Kelly, Palazzo Pitti, il cinema e una moda costruita per donne che non volevano passare inosservate. A quasi sessant’anni dagli esordi, la Maison riapre il proprio archivio per trasformarlo in un nuovo linguaggio

di Redazione di Luxury Prêt à Porter | 21 Settembre 2026
Foto: ufficio stampa, collage

Per raccontare Sergio Soldano bisogna tornare a un momento preciso della moda italiana, quello in cui tutto sembrava ancora possibile. Alla fine degli anni Sessanta Milano non aveva ancora assunto definitivamente il ruolo di capitale internazionale del prêt-à-porter, la Sala Bianca di Palazzo Pitti era uno dei grandi palcoscenici dello stile italiano e tra moda, cinema e mondanità esisteva una vicinanza oggi quasi irripetibile. È dentro questa stagione che emerge un giovane creativo legato a Genova, capace di trasformare la pellicceria in spettacolo e di attirare presto l’attenzione di alcune delle donne più fotografate al mondo.

Elizabeth Taylor, Grace Kelly, Gina Lollobrigida, Virna Lisi, Monica Vitti, Ursula Andress, Raquel Welch, Joan Collins, Grace Jones: l’elenco delle personalità legate alla storia della Maison restituisce immediatamente la dimensione raggiunta da Sergio Soldano. Ma fermarsi alle dive significherebbe raccontarne soltanto la superficie. Dietro quelle immagini c’era un’idea precisa di moda: la donna secondo Soldano non doveva scomparire dentro l’abito. Doveva dominarlo.

Ed è probabilmente da qui che occorre ripartire per comprendere perché, quasi sessant’anni dopo, il suo archivio possa ancora avere qualcosa da dire.

Foto: Collage ufficio stampa

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Alle origini della Maison

La prima registrazione ufficiale del marchio SERGIO SOLDANO in Italia risale al 1976, ma quando quel nome viene formalmente trasformato in un brand la sua reputazione è già consolidata. La storia comincia infatti nel 1968. Soldano, di origini toscane ma profondamente legato a Genova, concentra inizialmente il proprio lavoro sulla pellicceria, sulla piccola pelletteria e sugli accessori. Sono anni in cui la moda sta modificando rapidamente il proprio rapporto con il corpo femminile. Le convenzioni dell’eleganza del decennio precedente vengono messe in discussione, le silhouette cambiano e una nuova generazione di donne pretende maggiore libertà anche attraverso ciò che indossa.

Soldano intercetta quel cambiamento a modo suo.

La sua non è una femminilità sussurrata. Lavora sui volumi, sulle geometrie, sul colore, sulla presenza fisica del capo. La pelliccia smette così di essere semplicemente un simbolo di status per diventare materiale creativo, quasi materia da scolpire. È un approccio che gli permette di distinguersi rapidamente. Il suo nome supera i confini italiani, arrivando dal Canada al Giappone, mentre la stampa comincia ad attribuirgli definizioni che raccontano bene la percezione del personaggio: “l’enfant terrible della pellicceria”, “il puro della moda italiana”, “il nuovo uomo della moda”. Formule figlie del linguaggio giornalistico dell’epoca, ma indicative di qualcosa di concreto: Sergio Soldano era percepito come un elemento di rottura.

Foto: Ufficio stampa

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1969, l’anno in cui tutto accelera

Basta osservare ciò che accade nel 1969 per comprendere la velocità della sua ascesa. Soldano riceve il Grand Prix Moda 2000, manifestazione ideata da Alessandro Mossotti e Alberigo Crocetta, e successivamente la Caravella d’Oro, premio assegnato al Lido di Genova e destinato a personalità dello spettacolo, della televisione e della cultura italiana. Negli anni lo stesso riconoscimento sarebbe stato attribuito, tra gli altri, a Carla Fracci, Vittorio Gassman, Fabrizio De André, Gianni Morandi e Little Tony. Il 26 marzo arriva anche l’8° Oscar della Moda, conferito dal Centro Internazionale Costume e Arte durante una cerimonia ospitata dalla Camera di Commercio di Genova.

Ma forse l’immagine che racconta meglio Soldano non è quella di una premiazione. È un bikini.

Un bikini in pelliccia bianca, presentato al Lido di Genova e destinato a diventare una delle creazioni più riconoscibili della sua prima stagione creativa. Guardato oggi, quel capo permette di leggere con chiarezza il suo metodo. Un materiale tradizionalmente associato all’inverno e alla formalità viene portato su una silhouette legata all’estate e al corpo scoperto. La funzione viene quasi annullata per lasciare spazio all’immagine. Era moda, certamente, ma era anche provocazione e soprattutto era memorabile.

Foto: Ufficio stampa

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Da Genova alla geografia della moda italiana

Nel dicembre del 1969 Sergio Soldano inaugura il proprio atelier nel cuore di Genova, città che rimarrà un riferimento centrale nella sua storia. Da lì comincia un’espansione che conduce la Maison anche a Roma, dove entra nel calendario della Camera Nazionale dell’Alta Moda Italiana con le proprie collezioni haute couture. Le sue creazioni iniziano a circolare tra cinema, spettacolo e ambienti istituzionali; tra le personalità citate nella ricostruzione storica del marchio compare anche il Presidente della Repubblica Giovanni Leone. Parallelamente cresce il prêt-à-porter, ed è qui che la storia di Soldano incontra alcuni dei luoghi che hanno contribuito alla nascita del Made in Italy come fenomeno internazionale. Le collezioni vengono presentate nella Sala Bianca di Palazzo Pitti a Firenze, uno spazio che, ben prima dell’affermazione definitiva di Milano, aveva contribuito a mostrare al mondo la moda italiana. Soldano arriva successivamente anche a Milano Collezioni, partecipando alla stagione in cui il capoluogo lombardo stava costruendo quella centralità che avrebbe definito gli anni successivi.

Nel 1970 viene invitato a Palermo per una serata di gala durante la quale presenta una collezione ispirata ai ruggenti anni Venti e Trenta, commentata dal presentatore Nuccio Costa. Nel 1974 torna a Palazzo Pitti con una nuova proposta prêt-à-porter. Nello stesso anno, la Camera Nazionale della Moda Italiana gli dedica una serata d’onore al Palazzo dei Congressi dell’EUR di Roma. Davanti a 1.200 spettatori internazionali vengono presentate le linee Prêt-à-porter, Alta Moda e Super Star. In quella occasione Soldano riceve il Premio Exporter Mander, riconoscimento legato al contributo dato all’internazionalizzazione della moda italiana. L’anno successivo è a Milano per l’undicesima edizione del Comis Pel con uno stand avanguardista e la collezione invernale 1975-76.

Ormai Sergio Soldano non è più semplicemente uno stilista emergente, è diventato un nome esportabile.

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Il “pellicciaio delle dive”

Se le sfilate costruiscono la reputazione professionale, sono però le donne a trasformare Sergio Soldano in un personaggio.

Elizabeth Taylor occupa inevitabilmente un posto centrale. Attrice, star globale e simbolo di una Hollywood in cui guardaroba privato, gioielli, cinema e immagine pubblica finivano continuamente per sovrapporsi, Taylor incarna perfettamente il tipo di femminilità che poteva incontrare l’estetica di Soldano: magnetica, consapevole della propria presenza, lontana dalla discrezione. Accanto a lei troviamo Gina Lollobrigida, Virna Lisi, Monica Vitti e Sydne Rome. La ricostruzione della Maison amplia poi la costellazione a Grace Kelly, Ursula Andress, Raquel Welch, Grace Jones, Joan Collins, Barbara Bouchet, Laura Antonelli, Serena Grandi, Mara Venier, Elsa Martinelli, Magali Noël, Giorgia Moll, Minnie Minoprio, Anna Maria Pierangeli e Sandra Mondaini.

Non erano semplicemente clienti famose. Il rapporto tra couturier e diva, in quegli anni, aveva un significato molto diverso dall’attuale sistema di celebrity dressing. L’abito contribuiva alla costruzione pubblica del personaggio e la donna, a sua volta, poteva imprimere a un capo un’identità destinata a sopravvivere alla stagione per cui era stato creato. Secondo l’archivio della Maison, furono proprio alcune di queste donne a chiamare affettuosamente Soldano “il Christian Dior italiano”. Un soprannome ambizioso, certo, ma interessante perché mette a fuoco ciò che veniva riconosciuto nel suo lavoro: la capacità di costruire la femminilità attraverso la silhouette.

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Una donna che occupa la scena

È questo, forse, uno dei concetti più interessanti dell’archivio Sergio Soldano. La sua moda appartiene a un’epoca in cui vestirsi poteva ancora significare mettere in scena un personaggio. Linee geometriche, palette cromatiche forti, pellicce importanti, volumi e costruzioni visibili: Soldano non sembra cercare la neutralità. Persino i titoli delle sue collezioni suggeriscono universi narrativi ben definiti.

La Donna Cigno.
Le Mille e una Notte.
30/2000.
Indian Look.

Dietro ogni nome si percepisce il desiderio di costruire un’immagine completa. Ed è un elemento significativo anche pensando al presente. Dopo anni dominati dall’idea di quiet luxury, essenzialità e guardaroba apparentemente anonimo, gli archivi della moda più teatrale tornano a essere interessanti proprio perché raccontano un’altra possibilità: vestirsi per essere guardati. Soldano lo aveva compreso molto presto.

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Elizabeth Taylor e il cinema: quando un abito diventa immagine

Il cinema diventa la naturale prosecuzione di questa visione.

Sergio Soldano non si limita a vestire attrici nella vita privata. Le sue creazioni entrano nei film e, in diverse occasioni, lo stilista segue personalmente il lavoro sul set supervisionando pellicce e costumi. La filmografia legata al suo nome attraversa una parte significativa del cinema dei primi anni Settanta. Nel 1972 le sue creazioni compaiono in Hammersmith Is Out, con Elizabeth Taylor, e in Barbablù, interpretato da Virna Lisi e Richard Burton. Nel 1973 le pellicce indossate ancora da Taylor in Mercoledì delle Ceneri portano la sua firma. Particolarmente riconoscibile è il poncho indossato da Elizabeth Taylor in Zee and Co., indicato nell’archivio della Maison come una delle creazioni più rappresentative dello stilista. Seguono Profumo di donna nel 1974, con Vittorio Gassman, e nel 1975 il mantello indossato da Laura Antonelli in La Divina Ninfa. Soldano entra anche personalmente nel mondo cinematografico. Interpreta sé stesso in una produzione diretta da Enzo G. Castellari al fianco di Duilio Del Prete e compare nel 1977 in La via della droga, insieme all’amico Fabio Testi.

Il rapporto con il cinema aiuta a spiegare anche la natura profondamente fotografica della sua moda, i capi di Soldano sembrano pensati per lasciare un’immagine e infatti arrivano sulle pagine e sulle copertine di riviste come Vogue, Harper’s Bazaar e Grazia, entrando nel racconto visivo di quegli anni.

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Da Palazzo Pitti a Tokyo: il Made in Italy prima della globalizzazione

Un altro elemento merita attenzione: l’internazionalità.

Con la collaborazione dell’ICE – Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane, il marchio porta le proprie collezioni fuori dall’Italia. Seguono presentazioni private in città come New York, Tokyo, Parigi, Francoforte, Mosca, Montreal e Monaco. Oggi la presenza internazionale di un marchio viene misurata attraverso flagship store, e-commerce e social media. Allora significava viaggiare fisicamente, incontrare buyer, costruire rapporti con la stampa, presentare collezioni lontano da casa e convincere mercati differenti che l’Italia possedesse una propria voce. È in questo contesto che Sergio Soldano partecipa alla diffusione di quell’idea di creatività italiana che sarebbe poi diventata una delle più riconoscibili industrie culturali del Paese. La pellicceria, intanto, non esaurisce più il suo universo. Arrivano abbigliamento, pelletteria, bijotteria, accessori e fragranze. Da stilista, Soldano sta progressivamente trasformando il proprio nome in un mondo.

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Cosa significa riaprire un archivio

La storia attraversa poi stagioni differenti. Il marchio passa nelle mani di Intercosma West di Massimo Bozzini, che ne segue produzione e distribuzione nelle categorie profumi e piccola pelletteria. Al nuovo passaggio, nel 2024, Sergio Soldano viene acquisito da Desire Holding Group, attraverso la controllata italiana Desire Fragrances Srl, che detiene il 100% del brand. L’operazione parte da una domanda che oggi riguarda molte Maison storiche: come si riporta nel presente un nome con un passato così riconoscibile senza trasformarlo nella replica di sé stesso? È una questione più complessa di quanto sembri. Gli archivi sono diventati uno dei territori più frequentati dalla moda contemporanea. Offrono codici, immagini, silhouette e storytelling già sedimentati, ma il loro valore dipende da ciò che una nuova generazione di creativi riesce a farne. Riprodurre il passato sarebbe semplice. Interpretarlo richiede una posizione.

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Giovanni Premoli e Dario Di Bella: il nuovo corso

Nel gennaio 2024 la direzione creativa di Sergio Soldano viene affidata a Giovanni Premoli e Dario Di Bella, coppia creativa italiana con un percorso maturato tra moda, lusso e costruzione dell’immagine. Il lavoro prende avvio proprio dall’identità. L’intenzione dichiarata non è costruire un revival nostalgico, ma avviare una ricostruzione strutturata della Maison. E questa distinzione è importante. Perché il patrimonio lasciato da Soldano offre molte strade possibili. Ci sono la sensualità e il glamour delle dive. C’è il rapporto con Hollywood. C’è la precisione sartoriale. Ci sono il colore e la geometria. C’è la capacità di usare la moda come spettacolo. Ci sono le fotografie d’archivio, le sfilate, Palazzo Pitti, il cinema e quella Genova da cui tutto era partito. Ma soprattutto c’è un’attitudine, sergio Soldano creava per donne che volevano essere presenti. È probabilmente questo, più di qualsiasi singolo capo, il codice che può attraversare le epoche.

La moda del 2026 non ha bisogno di riprodurre letteralmente un bikini in pelliccia del 1969 per comprenderne l’energia. Può invece recuperare quella libertà: l’idea che un vestito abbia il diritto di sorprendere, che una silhouette possa avere carattere e che l’eleganza non debba necessariamente coincidere con la discrezione. quasi sessant’anni dagli esordi, il ritorno di Sergio Soldano parte dunque da un archivio, ma la sua vera misura sarà il presente. Elizabeth Taylor, Grace Kelly, Palazzo Pitti e le notti della moda italiana rimangono lì, come una straordinaria memoria visiva. Premoli e Di Bella hanno davanti un compito diverso: capire quali codici conservare, quali lasciare alla storia e quali trasformare.

Perché un heritage ha valore quando smette di essere soltanto qualcosa da ricordare e torna a essere materia creativa.

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