
Alla CAMERA di Torino l’estate 2026 si apre con un doppio racconto espositivo che segna l’inizio della direzione artistica di François Hébel. Dal 18 giugno al 4 ottobre 2026, lo spazio di Via delle Rosine accoglie la prima grande retrospettiva italiana di Harry Gruyaert e la Project Room dedicata a Werner Jeker, in un dialogo tra fotografia, grafica e linguaggi visivi contemporanei.
Harry Gruyaert e la rivoluzione del colore nella fotografia contemporanea
Protagonista principale della mostra è Harry Gruyaert, tra i maggiori interpreti della fotografia a colori del Novecento e membro di Magnum Photos. Il suo lavoro segna una frattura netta rispetto alla tradizione in bianco e nero, trasformando il colore in elemento percettivo ed emotivo, capace di costruire una grammatica visiva autonoma.
Il percorso espositivo ripercorre l’evoluzione del suo linguaggio, a partire dalla serie TV Shots, fino alle immagini realizzate durante i numerosi viaggi che hanno definito la sua poetica. Ogni luogo diventa superficie cromatica, ogni inquadratura un frammento di realtà rielaborato attraverso luce e tonalità.

Harry Gruyaert tra viaggio, cinema e costruzione dell’immagine
La ricerca di Gruyaert si sviluppa tra fotografia, cinema e pittura, discipline che influenzano profondamente il suo modo di costruire l’immagine. Dalla pellicola Kodachrome alla stampa Cibachrome fino al digitale, la sua opera riflette una continua esplorazione del colore come esperienza fisica e immediata.
I paesaggi attraversati, dal Marocco all’Europa fino all’Asia, non sono mai semplici documentazioni, ma scenari percettivi in cui luce, composizione e atmosfera sostituiscono la narrazione tradizionale. L’immagine diventa così uno spazio mentale prima ancora che geografico.

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Werner Jeker e il manifesto come oggetto culturale
Nella Project Room, l’attenzione si sposta sul lavoro di Werner Jeker, tra i più importanti graphic designer svizzeri contemporanei. Il suo progetto Foto Typo esplora il rapporto tra fotografia e tipografia, ridefinendo il concetto stesso di manifesto culturale.
Con oltre 800 affissioni realizzate per istituzioni internazionali e collaborazioni con maestri come René Burri, Raymond Depardon e Henri Cartier-Bresson, Jeker costruisce un linguaggio essenziale in cui l’immagine fotografica non illustra, ma struttura il senso stesso della composizione.

Werner Jeker e la sintesi tra immagine e design
Il lavoro di Jeker si distingue per un equilibrio rigoroso tra fotografia e grafica, in cui il testo non sovrasta l’immagine ma dialoga con essa in modo organico. Questa relazione produce un’estetica pulita e immediata, capace di trasformare il manifesto in un dispositivo visivo autonomo.
Riconosciuto a livello internazionale e premiato con l’Infinity Award per l’uso innovativo della fotografia, il suo approccio continua a influenzare il design contemporaneo e la comunicazione visiva.

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Un doppio sguardo sulla fotografia contemporanea
Il progetto espositivo costruisce un dialogo sottile ma estremamente coerente tra due visioni che, pur nascendo da linguaggi differenti, si incontrano su un terreno comune: quello della costruzione dello sguardo contemporaneo. Da un lato, il colore inteso come esperienza sensoriale e percettiva, capace di agire direttamente sulla memoria emotiva; dall’altro, la fotografia letta come struttura grafica, dispositivo progettuale e linguaggio editoriale, in cui l’immagine non è mai isolata.
In questa tensione si definisce un confronto che va oltre la semplice esposizione di due autori, per diventare riflessione sul ruolo stesso delle immagini oggi. Il colore di Gruyaert non descrive, ma attraversa: frammenta il reale e lo ricompone in campi visivi autonomi, dove luce e tonalità sostituiscono la narrazione. Parallelamente, l’approccio di Jeker sposta la fotografia verso la dimensione del progetto, dove tipografia e immagine si fondono in una grammatica essenziale, costruita per comunicare e al tempo stesso per affermare una presenza estetica autonoma.
Ne emerge una lettura della fotografia profondamente contemporanea, in cui il valore documentario cede il passo a una dimensione interpretativa e percettiva. L’immagine non si limita più a registrare il reale, ma lo rielabora attraverso codici visivi, segni e relazioni formali. È in questo spazio di trasformazione che la fotografia ritrova la sua centralità: non come finestra sul mondo, ma come strumento attivo di costruzione dello sguardo.













