
Le immagini non sono mai soltanto immagini. Custodiscono ricordi, identità, assenze e punti di vista capaci di attraversare il tempo. Con la mostra Quasi un paradiso. Fotografia dell’era coloniale nell’arte contemporanea, il Museo Rietberg di Zurigo invita a interrogarsi sul potere della fotografia e sulla possibilità dell’arte di restituire voce alle storie rimaste ai margini. Un percorso intenso e visionario dove passato e presente dialogano attraverso lo sguardo di artisti contemporanei internazionali.
Quasi un paradiso: quando l’arte contemporanea racconta nuove storie
Quanto può essere potente un’immagine? E soprattutto: quante storie possono nascondersi dietro una fotografia?Sono queste alcune delle domande al centro di Quasi un paradiso. Fotografia dell’era coloniale nell’arte contemporanea, la mostra ospitata al Museo Rietberg di Zurigo dal 16 aprile al 6 settembre 2026.
Un progetto espositivo che esplora per la prima volta in maniera ampia il modo in cui artisti contemporanei provenienti da Africa, Americhe, Asia, Australia e Oceania lavorano sulle fotografie dell’epoca coloniale, trasformandole in nuovi strumenti di racconto.
Le opere esposte — tra fotografie, tessuti, film e sculture — superano i confini tradizionali del mezzo fotografico per affrontare temi universali: memoria, identità, appartenenza e possibilità di riscrivere ciò che per molto tempo è rimasto invisibile. Come ricorda la scrittrice Chimamanda Ngozi Adichie: “Quando rifiutiamo la storia unica, quando ci rendiamo conto che non esiste mai una sola storia su un luogo qualsiasi, riconquistiamo una sorta di paradiso”.

Fotografia e memoria: dare voce alle storie dimenticate
La mostra riunisce venti artisti internazionali che affrontano il patrimonio fotografico coloniale attraverso quattro grandi percorsi tematici: la creazione di nuovi archivi, il confronto con lo sguardo coloniale, il gesto della cura e l’immaginazione come strumento per ricostruire la storia.
La prima sezione riflette sull’assenza delle immagini. In molte comunità, infatti, la mancanza di fotografie del passato ha lasciato vuoti profondi nella memoria collettiva.
Artisti come Dinh Q. Lê, Rosana Paulino e Cédric Kouamé lavorano proprio su queste lacune, recuperando frammenti visivi e creando nuovi archivi capaci di raccontare ciò che rischiava di essere dimenticato.
“La fotografia plasma la memoria fissando ciò che viene visto e ciò che viene messo a tacere”, racconta Rosana Paulino, ricordando come anche l’assenza di immagini possa diventare una testimonianza della storia.
Arte contemporanea e contro-sguardo: reinterpretare il passato
La fotografia è stata anche uno degli strumenti attraverso cui il periodo coloniale ha costruito stereotipi e rappresentazioni distorte. Ma proprio quelle immagini possono oggi essere trasformate. Gli artisti della seconda sezione recuperano fotografie storiche, le modificano e attribuiscono loro nuovi significati, ribaltando il punto di vista originale.
Tra questi Wendy Red Star, Omar Victor Diop e Yuki Kihara, che utilizzano ironia, autorappresentazione e nuovi linguaggi visivi per mettere in discussione ciò che per anni è stato considerato una verità. “Un confronto critico con le immagini dell’era coloniale rivela storie silenziate, destabilizza le narrazioni dominanti e mantiene viva la consapevolezza”, spiegano Omar Victor Diop e Lee Shulman.

Il potere dell’arte: tra cura, identità e nuovi immaginari
Un altro grande tema della mostra è quello della riparazione. Gli artisti non si limitano a osservare il passato, ma intervengono sulle immagini trasformandole in spazi di protezione e guarigione.
Sasha Huber, Mary Enoch Elizabeth Baxter e Zenaéca Singh utilizzano la fotografia come luogo simbolico dove riconoscere ferite storiche e costruire nuovi significati.
La sezione finale, dedicata alla dimensione immaginativa, guarda invece a ciò che la storia non ha raccontato. Attraverso pratiche artistiche contemporanee, figure dimenticate acquistano nuovi ruoli, nuove voci e nuove possibilità.
“Sogno ciò che avrebbe potuto essere e mi aggrappo a mondi in cui non siamo mai stati colonizzati. Ma immagino anche un futuro in cui siamo liberi”, racconta Andrea Chung.
Con Quasi un paradiso, il Museo Rietberg propone così una riflessione profonda sul nostro rapporto con le immagini: non semplici testimonianze del passato, ma strumenti vivi capaci di modificare il modo in cui ricordiamo, comprendiamo e immaginiamo il futuro.

© Museum Rietberg














