
Ci sono mostre che si visitano e altre che sembrano chiedere qualcosa in più: rallentare, cambiare prospettiva, entrare per qualche ora nell’immaginario di un artista. Tra la fine dell’estate e l’autunno 2026, il calendario culturale italiano offre diverse occasioni per farlo, componendo quasi involontariamente un itinerario che attraversa epoche, linguaggi e territori molto diversi tra loro.
Da Perugia, dove san Francesco viene riletto attraverso lo sguardo dell’arte contemporanea, a Civitanova Marche, dove la grafica essenziale di Fares Cachoux affronta alcune delle inquietudini del nostro tempo. E poi l’Ossola, con gioielli, tessuti e abiti che raccontano un’eleganza profondamente territoriale; Milano, con il dialogo tra Atanasio Soldati e Franco Fontana; Fabriano, che riscopre la forza plastica di Edgardo Mannucci; il Monferrato, dove l’opera di Hermann Nitsch incontra la materia della terra; fino a Fontanellato, dove Milo Manara entra nel Labirinto della Masone.
Sette appuntamenti molto diversi, uniti però da una stessa intuizione: l’arte diventa davvero interessante quando smette di essere soltanto qualcosa da osservare e comincia a raccontare il nostro modo di stare nel mondo.
San Francesco a Perugia, quando la spiritualità incontra l’arte contemporanea
A ottocento anni dalla morte di san Francesco, avvenuta nel 1226, Palazzo Baldeschi a Perugia ospita fino al 1° novembre San Francesco nostro contemporaneo. Tra Arte e Spiritualità, progetto di Fondazione Perugia curato da Costantino D’Orazio e nato in collaborazione con la Galleria Nazionale dell’Umbria.
Il titolo contiene già la domanda centrale della mostra: quanto può essere contemporanea una figura appartenente a otto secoli fa? La risposta arriva attraverso artisti come Alberto Burri, Michelangelo Pistoletto, Emilio Isgrò, Giuseppe Penone, Marina Abramović, Maurizio Cattelan, Mimmo Paladino, Jannis Kounellis, Omar Galliani e Luigi Serafini. Non si tratta di ricostruire semplicemente la vita del Santo, quanto di rintracciarne l’eredità nei grandi temi del presente: il rapporto con la natura, l’attenzione verso gli ultimi, la fragilità dell’esistenza, la ricerca spirituale e il bisogno di una relazione più autentica con ciò che ci circonda.
Tra gli incontri più suggestivi c’è quello con la Venere degli stracci di Pistoletto, mentre Isgrò porta il proprio linguaggio delle cancellature nel Cantico delle Creature. Omar Galliani vi risponde con In Lumine Dei, dittico nel quale la luce diventa presenza e manifestazione del sacro. È proprio questo continuo passaggio tra passato e presente a rendere la mostra qualcosa di più di una celebrazione anniversaria: Francesco emerge come figura sorprendentemente vicina alle inquietudini contemporanee.

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Fares Cachoux a Civitanova Marche, il colore come linguaggio politico
Completamente differente è l’atmosfera di …Oltre, prima mostra italiana di Fares Cachoux, visitabile fino al 3 novembre allo Spazio Multimediale San Francesco di Civitanova Marche. Nato a Homs, in Siria, nel 1976, formatosi inizialmente nell’ingegneria informatica e successivamente nell’arte digitale e nella comunicazione visiva a Parigi, Cachoux ha costruito un linguaggio immediatamente riconoscibile: linee nette, composizioni essenziali e colori sorprendentemente luminosi per raccontare temi che luminosi, spesso, non sono affatto.
È proprio questo contrasto a rendere magnetico il suo lavoro. Guerra, migrazioni, razzismo, identità, ambiente e condizione femminile vengono trasformati in immagini apparentemente semplici, capaci però di lasciare una domanda aperta. «Bisogna sintetizzare fatti complessi attraverso il minor numero possibile di elementi, senza perderne il significato», ha spiegato l’artista descrivendo la propria ricerca.
La retrospettiva curata da Cristina Falco ed Enrico Lattanzi attraversa serie come EYE to EYE, nata dallo sguardo delle donne celato dal niqab, La Rivoluzione siriana, Polka Dots, Queens e War & Peace. Particolarmente interessante è la capacità di Cachoux di usare una grammatica quasi pubblicitaria per sovvertirne il meccanismo: l’immagine cattura immediatamente, ma invece di vendere qualcosa costringe a pensare.
Il suo percorso, del resto, racconta già molto. Dopo la prima personale parigina del 2015, alcune sue opere entrarono in Dismaland, il progetto ideato da Banksy a Weston-super-Mare. Negli anni successivi Cachoux ha esposto tra Europa e Medio Oriente e i suoi lavori sulla Rivoluzione siriana sono arrivati persino nel curriculum scolastico francese. La grafica, nelle sue mani, diventa una forma di coscienza visiva.

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Ornamenta in Ossola, gioielli e abiti raccontano l’identità attraverso l’eleganza
Ci sono poi esposizioni in cui l’arte incontra qualcosa di ancora più intimo: il modo in cui una comunità ha scelto di vestirsi, adornarsi e rappresentarsi. È ciò che accade con Ornamenta. Tesori d’eleganza e d’identità in Ossola, curata da Federico Troletti e aperta fino al 25 ottobre tra Palazzo San Francesco e Casa De Rodis a Domodossola e il Centro Culturale Vecchio Municipio di Santa Maria Maggiore.
Tre parole guidano il percorso: volti, gioielli e tessuti. E improvvisamente la moda smette di apparire come un elemento accessorio per diventare documento sociale. Una collana, una fibbia, un ricamo o un copricapo possono raccontare provenienza, stato civile, ruolo nella comunità e persino le relazioni commerciali che collegavano le vallate alpine alle grandi capitali europee.
Particolarmente affascinante è la sezione dedicata alla tradizione orafa, con testimonianze legate a gioiellieri ossolani capaci di affermarsi oltre le Alpi, tra cui Mellerio dits Meller a Parigi e Ponti Gennari a Ginevra. Collane di granati,, orecchini, spille, abiti e strumenti di lavorazione ricostruiscono un’eleganza che nasce dal territorio senza rimanervi confinata.
A Casa De Rodis il registro cambia e dall’abito della festa si passa a quello del lavoro, attraverso le opere della stagione pittorica vigezzina. Infine, a Santa Maria Maggiore, la mostra indaga ciò che nel vestire rimaneva nascosto: indumenti intimi, foulard, acconciature, scarpe e altri elementi attraverso i quali il corpo diventava una vera mappa sociale. Un racconto particolarmente interessante oggi, quando il concetto di heritage è tornato centrale nel linguaggio della moda e del lusso.

Alle Gallerie d’Italia di Milano il Rinascimento riscopre il fascino dell’imperfezione
Franco Fontana e Atanasio Soldati a Milano, due modi di reinventare il colore
Dal 7 ottobre al 23 dicembre, Galleria Gracis a Milano costruisce invece un incontro apparentemente impossibile tra pittura e fotografia. Atanasio Soldati – Franco Fontana: esplorazioni tra forma e colore. Dall’astrattismo all’avanguardia fotografica 1930-2017 mette in dialogo due autori lontani per generazione e linguaggio, ma sorprendentemente vicini nel modo di guardare lo spazio.
Franco Fontana, nato a Modena nel 1933, ha trasformato il colore in una vera architettura dell’immagine. Nei suoi paesaggi le strade, i muri, i campi e gli edifici smettono quasi di appartenere alla realtà per diventare campiture cromatiche, geometrie e ritmi. Una ricerca che gli ha consentito di costruire una carriera internazionale, con oltre trecento mostre e opere conservate in decine di istituzioni e collezioni.
Atanasio Soldati, nato a Parma nel 1896, percorreva un sentiero analogo attraverso la pittura: geometrie, colori saturi, spazi sospesi e un’astrazione costruita con estremo rigore.
Accostandoli, la mostra suggerisce che fotografare e dipingere possono diventare due forme della stessa libertà interpretativa. Fontana non documenta semplicemente un paesaggio e Soldati non lo riproduce: entrambi lo reinventano.

Dalla spiritualità al design: la nuova vita della Chiesa di Sant’Agata a Noto
Edgardo Mannucci a Fabriano, il fuoco che trasforma la materia
A Fabriano è invece la materia a diventare protagonista. Dal 19 settembre 2026 al 10 gennaio 2027, Zona Conce ospita Mannucci. Fuoco e genesi, mostra curata da Fabio Marcelli in occasione dei quarant’anni dalla scomparsa di Edgardo Mannucci.
Nato proprio a Fabriano nel 1904, Mannucci attraversò alcune delle trasformazioni decisive dell’arte italiana del Novecento, arrivando a imporsi tra i protagonisti della scultura informale. Il metallo diventa nella sua ricerca qualcosa di vivo: viene lavorato, trasformato, quasi liberato attraverso il fuoco. Non sorprende allora la scelta del titolo, dove genesi allude alla nascita della forma e alla capacità dell’artista di trasformare un materiale duro in una presenza dinamica.
Le sue opere dialogano con lavori di Alberto Burri, Piero Dorazio, Renato Guttuso, Arnaldo Pomodoro, Emilio Vedova, Giuseppe Uncini, Mario Ceroli e numerosi altri protagonisti del Novecento. A rendere il progetto particolarmente contemporaneo è inoltre il percorso audio-tattile studiato con il Museo Tattile Statale Omero, pensato per ampliare l’accessibilità dell’esperienza artistica.

Charmaine Poh al MUDEC: l’arte contemporanea diventa un viaggio dentro noi stessi
Hermann Nitsch nel Monferrato, quando l’arte torna alla terra
Dal 27 settembre al 10 gennaio, a Fubine Monferrato, Hermann Nitsch: Azione e Pensiero porta invece l’eredità di uno dei padri dell’Azionismo Viennese negli spazi de La Crescentina – Laboratorio per l’Arte.
Qui il luogo non è semplice contenitore. Il dialogo tra le opere di Hermann Nitsch e il paesaggio del Monferrato diventa parte dell’esperienza: il rosso dei suoi celebri Schüttbilder, le tonalità della terra, le argille e i sedimenti delle colline sembrano appartenere a una stessa grammatica primordiale.
Nitsch ha trasformato l’arte in rito, coinvolgendo corpo, materia, musica e azione nel suo Teatro delle Orge e dei Misteri. Nel Monferrato questa dimensione sembra trovare un contrappunto naturale: il corpo evocato dall’artista diventa idealmente quello della terra, continuamente lavorata, trasformata e rigenerata. Materia, sacro e natura finiscono così per confondersi.

Dalí e la Moda: a Palazzo Reale l’universo surrealista incontra l’alta moda
Milo Manara al Labirinto della Masone, perdersi tra immaginazione e mito
L’ultima tappa sembra quasi costruita per chiudere simbolicamente il viaggio. Dal 3 ottobre 2026 al 6 gennaio 2027, il Labirinto della Masone di Fontanellato ospita VISIONI. Milo Manara nel Labirinto, promossa dalla Fondazione Franco Maria Ricci e realizzata in collaborazione con COMICON.
Qui il labirinto non è soltanto il luogo fisico della mostra. Diventa metafora dell’immaginazione, del desiderio e della ricerca interiore, mettendo in relazione il mondo di Milo Manara con quello di Franco Maria Ricci e con Jorge Luis Borges, lo scrittore che del labirinto fece uno dei simboli più potenti della propria letteratura.
Tavole originali, illustrazioni e materiali preparatori attraversano oltre cinquant’anni di produzione dell’artista. Da Giuseppe Bergman a Viaggio a Tulum, da Fuga da Piranesi fino all’adattamento de Il Nome della Rosa, il visitatore entra in un universo nel quale realtà e immaginazione continuano a scambiarsi di posto. Una sezione è dedicata anche al mito e ai bozzetti realizzati per Così fan tutte, con il Minotauro a riaffermare l’eterna attrazione esercitata dal dedalo.
Per l’occasione Manara ha inoltre creato una tavola originale dedicata proprio al Labirinto della Masone, chiudendo idealmente il cerchio tra artista e luogo.

I teatri italiani UNESCO, dove storia e bellezza salgono sul palco
Il lusso di concedersi il tempo di guardare
In fondo, appuntamenti tanto diversi finiscono per raccontare una stessa esigenza: recuperare un rapporto più lento e consapevole con ciò che abbiamo davanti. Entrare in uno spazio espositivo significa sottrarsi per qualche momento alla velocità quotidiana, lasciando che siano un dettaglio, una materia, un colore o una storia a stabilire il ritmo della visita. È un gesto apparentemente semplice, ma oggi quasi prezioso: osservare senza cercare immediatamente qualcosa di nuovo, permettendo all’opera di sorprenderci e, qualche volta, di modificare la nostra percezione.
Sette mostre, dunque, ma soprattutto sette modi diversi di intendere l’esperienza culturale. Dal gioiello ossolano alle geometrie cromatiche di Fontana, dalla spiritualità francescana alla materia di Nitsch, fino ai percorsi immaginari di Manara, l’autunno italiano disegna un itinerario nel quale epoche, linguaggi e sensibilità lontane finiscono per incontrarsi. E forse è proprio qui che emerge una delle forme più autentiche del lusso contemporaneo: fermarsi davanti a qualcosa e concedersi il tempo di guardarlo davvero, senza fretta e senza distrazioni. Perché ciò che resta di una visita non è soltanto ciò che abbiamo visto, ma quella particolare sensazione di essere usciti con uno sguardo diverso da quello con cui eravamo entrati.














