
Make a travel deep of your inside, and don’t forget me to take, non è solo un titolo. È una piccola porta d’ingresso verso un viaggio interiore, quello che spesso rimandiamo perché troppo impegnati a guardare fuori. È proprio da qui che parte la nuova mostra di Charmaine Poh al MUDEC – Museo delle Culture di Milano. Dal 18 settembre al 1° novembre 2026, il pubblico potrà entrare nel mondo dell’artista singaporiana-cinese, vincitrice del prestigioso riconoscimento Deutsche Bank “Artist of the Year” 2025. Un appuntamento che porta in Italia, per la prima volta con una mostra personale, una delle voci più interessanti dell’arte contemporanea internazionale.
E forse è proprio questa la forza del progetto: non chiedere semplicemente al visitatore di osservare delle opere, ma invitarlo a mettersi in discussione. Perché l’arte contemporanea, quando funziona davvero, non deve essere soltanto bella da vedere. Deve lasciare qualcosa addosso. Una domanda. Un dubbio. Una sensazione difficile da spiegare.
Charmaine Poh arriva a Milano con una mostra tra memoria e futuro
La mostra, curata da Britta Färber, Global Head of Art & Culture di Deutsche Bank, arriva a Milano dopo la presentazione al PalaisPopulaire di Berlino e nasce dalla collaborazione tra Deutsche Bank e 24 ORE Cultura – Gruppo Il Sole 24 ORE. Una collaborazione che negli anni ha portato al MUDEC alcuni dei protagonisti più interessanti della scena artistica contemporanea, con l’obiettivo di avvicinare un pubblico sempre più ampio a linguaggi nuovi e spesso capaci di raccontare il presente meglio di qualsiasi altra forma espressiva.
Charmaine Poh appartiene proprio a quella generazione di artisti che non hanno paura di attraversare confini diversi. Il suo lavoro mescola video, fotografia, installazioni, testi e performance, creando ambienti dove tecnologia, memoria, corpo e identità convivono. Il suo interesse non nasce da una semplice curiosità verso il futuro digitale, ma nasce da una domanda molto più personale: chi siamo davvero quando ci mostriamo agli altri?
Una domanda che oggi riguarda tutti; basta pensare a quanto della nostra vita passa attraverso immagini, profili online e rappresentazioni costruite. Ci raccontiamo, ci trasformiamo, scegliamo cosa mostrare e cosa nascondere. Ma quanto resta di noi stessi dietro queste versioni pubbliche? Poh esplora proprio questo spazio fragile tra realtà e rappresentazione.

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The Moon is Wet: storie di migrazione, lavoro e identità
Il cuore della mostra sarà The Moon is Wet (2025), una grande installazione video a tre canali realizzata appositamente per il progetto milanese. L’opera intreccia storie lontane nel tempo e nello spazio: quella della dea del mare Mazu, quella delle “Majie”, lavoratrici domestiche migranti non sposate provenienti dalla Cina meridionale, e quella di una lavoratrice domestica indonesiana contemporanea.
Un racconto che parla di migrazione, lavoro e solidarietà femminile. Ma soprattutto parla di persone spesso invisibili, di vite che attraversano confini senza perdere la propria memoria. Ed è qui che il lavoro di Charmaine Poh riesce a colpire. Non cerca immagini spettacolari fine a sé stesse. Cerca connessioni.

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Il corpo, la tecnologia e il confine tra reale e digitale
Un altro elemento centrale sarà Heavy is the root of light (2025), un’installazione luminosa dove proiezioni e frammenti poetici trasformano lo spazio in un luogo quasi sospeso. La luce diventa linguaggio, il linguaggio diventa memoria. Camminando nella mostra, il visitatore si trova davanti a una riflessione continua sul corpo e sulla sua presenza. Un corpo fisico, fragile e reale, ma anche un corpo digitale, costruito attraverso immagini e tecnologie.
Questo tema emerge anche in Good Morning Young Body (2021–23), opera nella quale Poh rielabora la propria esperienza come giovane attrice televisiva nella Singapore degli anni Novanta. Attraverso immagini d’archivio e tecnologie deepfake, l’artista crea un avatar del proprio io adolescente per riflettere sulla pressione esercitata sul corpo femminile, sull’esposizione mediatica e sulle nuove forme di violenza digitale. È un’opera che arriva in un momento in cui il confine tra vero e artificiale diventa sempre più sottile. E forse proprio per questo riesce a parlare a tutti, anche a chi normalmente non frequenta i musei.

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Le nuove forme di famiglia raccontate attraverso l’arte
La mostra affronta anche il tema delle relazioni e delle nuove forme di famiglia attraverso What’s softest in the world rushes and runs over what’s hardest in the world, dove alcune coppie queer raccontano desideri, paure e vulnerabilità legate alla genitorialità nella Singapore contemporanea.
Ancora una volta, Poh sceglie storie intime per raccontare questioni universali: il bisogno di essere riconosciuti, amati e compresi. A rendere ancora più ricca l’esperienza sarà un public program con workshop, talk, visite guidate e attività partecipative pensate per coinvolgere pubblici diversi. L’obiettivo è trasformare la visita in qualcosa di più di una semplice passeggiata tra le opere: un momento di confronto, dialogo e scoperta.

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Charmaine Poh, una delle voci più interessanti dell’arte contemporanea
Charmaine Poh, classe 1990, vive e lavora tra Singapore e Berlino. Le sue opere sono state presentate in importanti istituzioni internazionali, tra cui il Singapore Art Museum, il Seoul Museum of Art, Huis Marseille e la Biennale di Venezia. Nel 2019 è stata inserita nella lista Forbes Asia 30 Under 30 per le arti, confermando il suo ruolo tra le figure emergenti più interessanti del panorama contemporaneo. La sua mostra al MUDEC racconta un’idea di arte che guarda avanti senza dimenticare le proprie radici. Un’arte fatta di tecnologia, ma anche di memoria. Di immagini digitali, ma soprattutto di persone.
Perché, alla fine, il viaggio più difficile non è quello verso luoghi lontani. È quello dentro di noi. E forse la frase imperfetta scelta come titolo racchiude proprio questo: non dimenticare di portare con te una parte di ciò che sei, ovunque tu vada.















