
Visitare Indossa l’arte – Dal quadro all’abito, il progetto di Francesca Levi presentato alla Galleria M45 di Milano, significa confrontarsi con una delle questioni più affascinanti del rapporto tra arte e moda: come può un’opera pittorica trasformarsi in un abito senza perdere la propria identità espressiva? Attraverso sette creazioni uniche, realizzate e dipinte a mano, l’artista reinterpreta i linguaggi di Lucio Fontana, Gustav Klimt, Joan Miró, Pablo Picasso, Wassily Kandinsky e Katsushika Hokusai, dando forma a una ricerca nella quale la pittura abbandona la bidimensionalità della tela per confrontarsi con la materia, le proporzioni del corpo e il movimento.
L’originalità del progetto risiede soprattutto nel metodo con cui Francesca Levi affronta le opere dei grandi maestri. Il suo lavoro non consiste nella riproduzione di un dipinto, ma nella comprensione della sua struttura compositiva e del linguaggio che lo rende riconoscibile. Un processo di selezione, interpretazione e trasformazione attraverso il quale l’artista individua gli elementi essenziali di un’immagine e li riorganizza secondo le possibilità espressive dell’abito, dando vita a creazioni che conservano un legame evidente con le opere originali, pur sviluppando una propria autonomia artistica.
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Indossa l’arte: la ricerca di Francesca Levi tra pittura e moda
Il progetto Art to Wear, letteralmente arte da indossare, nasce da una riflessione sul rapporto tra l’opera pittorica e la sua possibile trasformazione in un oggetto destinato al corpo. Un processo che richiede una conoscenza approfondita del linguaggio artistico di partenza, perché reinterpretare un quadro significa comprenderne la struttura compositiva, riconoscerne i tratti distintivi e individuare gli elementi capaci di conservare la propria forza espressiva anche al di fuori del contesto originale.
Nella ricerca di Francesca Levi, il dipinto rappresenta quindi il punto di partenza di un’indagine formale ed estetica più ampia. Il segno, il colore, le geometrie e i rapporti spaziali vengono isolati, selezionati e ricomposti sulla superficie tessile, seguendo le caratteristiche del materiale e l’architettura dell’abito. La pittura acquista così una nuova dimensione, nella quale il corpo non è più soltanto il supporto della creazione, ma partecipa attivamente alla sua espressione.
A differenza della tela, infatti, il tessuto non costituisce una superficie stabile. La sua consistenza varia in base al materiale utilizzato, reagisce alla luce, si adatta alle forme corporee e ne accompagna i movimenti. Un motivo pittorico può attraversare il busto, proseguire lungo una manica, interrompersi in corrispondenza di una cucitura e ricomparire sul retro, modificando continuamente la percezione dell’immagine. L’abito deve essere concepito, realizzato e osservato a trecentosessanta gradi, attraverso una composizione capace di mantenere il proprio equilibrio anche quando il corpo cambia posizione. Il passaggio dalla tela al tessuto comporta dunque una trasformazione profonda del rapporto tra immagine e spazio, perché la pittura deve confrontarsi con una superficie tridimensionale che modifica continuamente la propria configurazione.

Lucio Fontana: il taglio e la conquista dello spazio diventano moda
Tra le creazioni più interessanti figura quella ispirata a Concetto spaziale, Attese di Lucio Fontana, nella versione caratterizzata da quattro tagli su fondo bianco. Il confronto con lo Spazialismo offre a Francesca Levi l’opportunità di affrontare una questione particolarmente significativa dal punto di vista artistico: tradurre in un linguaggio sartoriale un gesto che nasce proprio dalla volontà di superare i confini tradizionali della pittura.
Con i suoi celebri tagli, Fontana interrompe la continuità della tela e introduce una dimensione spaziale che va oltre la superficie visibile. Il vuoto diventa parte integrante dell’opera e il gesto artistico non si limita più a rappresentare lo spazio, ma interviene direttamente sulla materia per crearne una nuova percezione. Francesca Levi riprende questo principio attraverso una composizione essenziale, nella quale il segno dialoga con la struttura dell’abito e con le proporzioni della figura. Sul davanti, quattro tagli diagonali richiamano immediatamente la ricerca estetica di Fontana, mentre il retro presenta una soluzione particolarmente interessante: un leggerissimo scollo a V e un segno nero che attraversa verticalmente il tessuto, dividendo idealmente l’abito in due parti. Quest’ultimo elemento non assume soltanto una funzione decorativa, ma contribuisce anche allo slancio della figura, accentuandone la verticalità. La reinterpretazione dell’opera è stata quindi pensata in relazione al corpo e non esclusivamente alla superficie pittorica, attraverso una composizione nella quale la disposizione dei segni dialoga direttamente con la costruzione sartoriale.
La forza di questa creazione risiede nella capacità di conservare l’essenzialità del linguaggio di Fontana senza ricorrere a una riproduzione letterale dei suoi celebri tagli. La sottrazione, il rapporto tra pieno e vuoto e l’interruzione della superficie diventano elementi attraverso i quali Levi costruisce una nuova interpretazione dello spazio, traducendo la ricerca spazialista in una dimensione che appartiene contemporaneamente alla pittura e alla moda.
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Gustav Klimt: il Ritratto di Adele Bloch-Bauer diventa un abito dorato
L’abito ispirato al Ritratto di Adele Bloch-Bauer I di Gustav Klimt, conservato alla Neue Galerie di New York, rappresenta una delle interpretazioni più ricche dal punto di vista materico e decorativo. La scelta di quest’opera appare particolarmente significativa se si considera il profondo rapporto che lega la ricerca klimtiana alle arti applicate, all’ornamento e alla cultura estetica della Secessione viennese.
Nel celebre ritratto, realizzato tra il 1903 e il 1907, la figura femminile emerge da una superficie dominata dall’oro, nella quale motivi geometrici, forme organiche e decorazioni si sovrappongono fino a rendere quasi indistinguibile il confine tra il corpo, l’abito e lo sfondo. L’immagine acquista una dimensione preziosa e quasi sacrale, costruita attraverso una straordinaria complessità ornamentale.
Francesca Levi reinterpreta questa ricchezza visiva attraverso un lungo abito dorato, sul quale spirali, piccoli moduli geometrici, tracce metalliche e accenti cromatici ricostruiscono l’universo decorativo di Klimt. La sua ricerca, tuttavia, non si esaurisce nella pittura, ma coinvolge materiali e applicazioni differenti, utilizzati per restituire la luminosità e la preziosità dei fondi dell’artista austriaco.
La decorazione accompagna la costruzione sartoriale attraverso un andamento sinuoso che valorizza la fluidità del tessuto. Sul davanti, la composizione attraversa diagonalmente la figura, mentre sul retro prosegue attraverso una successione di elementi geometrici e ornamentali che conferiscono continuità al disegno. Il trattamento delle maniche e del collo, dove la decorazione si concentra in dettagli particolarmente elaborati, richiama la complessità delle superfici klimtiane, mentre lo scollo posteriore a V introduce un elemento di leggerezza che crea un contrasto con la ricchezza ornamentale del tessuto.
L’aspetto più interessante di questa interpretazione è la capacità di Levi di recuperare un principio fondamentale della pittura di Klimt: la fusione tra figura e decorazione. Nel dipinto originale, l’abito di Adele tende quasi a dissolversi nell’oro dello sfondo; nella creazione di Levi, al contrario, quella stessa ricchezza ornamentale viene restituita a un corpo reale, acquistando volume e movimento attraverso la costruzione sartoriale. Il risultato è una creazione nella quale la preziosità della materia non rappresenta un semplice elemento estetico, ma diventa parte integrante della ricerca artistica, stabilendo un legame diretto tra la tradizione decorativa della Secessione viennese e le possibilità espressive della moda contemporanea.

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Hokusai: La grande onda di Kanagawa tra pittura, materia e movimento
Di particolare impatto visivo è anche l’abito ispirato a La grande onda di Kanagawa di Katsushika Hokusai, una delle immagini più riconoscibili dell’arte giapponese. Per questa mostra, Francesca Levi ha ripreso una creazione realizzata alcuni anni fa, nella quale la forza dell’acqua e il movimento della spuma marina vengono reinterpretati attraverso un lungo abito nero dipinto a mano.
L’opera originale, appartenente alla serie Trentasei vedute del Monte Fuji, è costruita attraverso una composizione di straordinaria tensione dinamica. La grande onda domina la scena con la propria massa imponente, mentre la curvatura dell’acqua e la frammentazione della spuma creano un movimento che sembra proiettarsi oltre i confini dell’immagine. Francesca Levi traduce questa energia attraverso ampie pennellate bianche e argentate, che attraversano la superficie nera dell’abito seguendo un andamento sinuoso e avvolgente. Il contrasto cromatico accentua la forza del gesto pittorico, mentre la distribuzione del disegno contribuisce a restituire la sensazione di un movimento continuo.
Particolarmente interessante è il rapporto tra la pittura e la costruzione sartoriale. L’onda sembra svilupparsi dal basso verso l’alto, fino a raggiungere la parte superiore dell’abito, caratterizzata da una struttura più rigida e scultorea. Il movimento pittorico incontra così un elemento tridimensionale che sembra raccoglierne idealmente la forza, creando una continuità tra il segno dipinto e l’architettura del capo. Anche la scelta dei materiali contribuisce a costruire questa tensione. Una delle maniche, realizzata in tessuto velato, introduce una trasparenza che contrasta con la maggiore consistenza dell’altra, creando un gioco di leggerezza e struttura che richiama la duplice natura dell’acqua, capace di apparire impalpabile e al tempo stesso di sprigionare una forza straordinaria.
Sul retro, la composizione pittorica assume un andamento quasi circolare, con ampie pennellate che suggeriscono il movimento dell’onda nel momento in cui si solleva e si richiude su se stessa. L’immagine non viene quindi concepita per una visione esclusivamente frontale, ma si sviluppa intorno al corpo, acquistando una configurazione differente a seconda del punto di osservazione.
Questa creazione esprime con particolare efficacia il principio alla base del progetto Art to Wear: il passaggio dalla superficie bidimensionale alla tridimensionalità non comporta soltanto una trasformazione materiale, ma introduce nuove possibilità espressive. Attraverso il movimento del corpo, l’onda di Hokusai perde la propria immobilità e sembra proseguire idealmente il gesto che l’ha generata.

Joan Miró, Pablo Picasso e Kandinsky: il linguaggio delle avanguardie incontra la moda
Il percorso espositivo prosegue attraverso il confronto con Joan Miró, Pablo Picasso e Wassily Kandinsky, tre artisti che hanno contribuito in maniera profondamente diversa al superamento della rappresentazione tradizionale e alla costruzione di nuovi linguaggi visivi.
Nell’interpretazione di Miró, Francesca Levi lavora soprattutto sulla forza del segno e sull’immediatezza del colore. Rosso, blu, giallo e nero emergono su un fondo neutro attraverso forme essenziali, linee sottili e figure sospese, richiamando l’universo simbolico dell’artista catalano. La composizione si sviluppa sia sul davanti sia sul retro dell’abito, utilizzandone l’intera lunghezza come uno spazio pittorico continuo. Gli elementi sembrano distribuirsi liberamente sulla superficie, conservando quella leggerezza visiva e quella spontaneità apparente che caratterizzano gran parte della ricerca di Miró, pur mantenendo un attento equilibrio tra forme, colori e spazi vuoti.
Con Picasso, invece, la ricerca si concentra sulla scomposizione e sulla sovrapposizione dei piani. Grigi, neri e argenti costruiscono una successione di geometrie che sembrano intersecarsi e modificarsi attraverso il movimento del tessuto. Il riferimento alla ricerca cubista diventa particolarmente interessante se rapportato alla tridimensionalità dell’abito: nella pittura di Picasso, la scomposizione della figura permette di rappresentare simultaneamente differenti punti di vista, mettendo in discussione la prospettiva tradizionale, mentre nella creazione di Francesca Levi questo principio trova una nuova possibilità espressiva attraverso un oggetto che può essere realmente osservato da angolazioni differenti.
Nell’abito dedicato a Kandinsky, infine, la ricerca si sviluppa intorno al ritmo compositivo, ai rapporti geometrici e alla tensione tra forme e colori. Il linguaggio astratto dell’artista offre a Levi la possibilità di lavorare sulla superficie tessile senza il vincolo della rappresentazione figurativa, costruendo una composizione nella quale gli elementi pittorici acquistano autonomia e si organizzano secondo nuovi equilibri. Il riferimento a Kandinsky permette inoltre di riflettere sul rapporto tra pittura e percezione. Nella sua ricerca artistica, forme e colori assumono un valore espressivo autonomo, capace di evocare sensazioni e costruire relazioni che vanno oltre la semplice rappresentazione della realtà. Trasferiti sul tessuto, questi elementi entrano in dialogo con le proporzioni dell’abito, la consistenza della materia e il movimento del corpo, dando vita a una composizione che si modifica continuamente.
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La Galleria M45 di Milano: uno spazio legato alla storia dello Spazialismo
Anche la scelta della sede espositiva contribuisce a rafforzare il significato del progetto. La Galleria M45 si trova infatti in via Manzoni 45, nello storico indirizzo che ospitò la Galleria del Naviglio, uno dei luoghi legati alle avanguardie artistiche italiane e alla vicenda dello Spazialismo di Lucio Fontana. Un legame che ritorna anche nell’identità grafica della galleria, dove la linea che separa la lettera M dal numero 45 richiama idealmente il celebre taglio dell’artista.
Fondata da Marco Bertoli, art advisor e mercante d’arte attivo dal 1984, e da Angelo Enrico, M45 nasce come un salotto dell’arte, uno spazio raccolto nel quale l’esposizione delle opere e il rapporto con il pubblico convivono in una dimensione più intima. Questa impostazione si rivela particolarmente coerente con il lavoro di Francesca Levi, perché permette di osservare le creazioni da vicino e di apprezzarne non soltanto l’impatto visivo complessivo, ma anche la complessità della lavorazione. Le pennellate, le sovrapposizioni dei materiali, le variazioni cromatiche e le soluzioni sartoriali diventano elementi attraverso i quali è possibile comprendere il processo creativo dell’artista. Esposti in galleria, gli abiti vengono temporaneamente sottratti alla loro funzione originaria e restituiti allo sguardo come opere d’arte, permettendo al visitatore di soffermarsi su dettagli che, durante una sfilata o attraverso una fotografia, potrebbero facilmente passare inosservati.
Francesca Levi: un percorso artistico tra pittura, design e sperimentazione sartoriale
La capacità di Francesca Levi di attraversare linguaggi artistici differenti trova una spiegazione anche nel suo percorso formativo e professionale. Dopo gli studi all’Accademia di Belle Arti di Brera, la formazione in architettura e il diploma in Industrial Design alla Scuola Politecnica di Design, l’artista ha sviluppato una ricerca interdisciplinare che comprende pittura, gioiello, progettazione di arredi e moda. Un percorso nel quale l’attenzione alla forma, alla materia e alla costruzione dell’oggetto si accompagna a una sensibilità pittorica che trova nell’intervento manuale uno dei propri elementi distintivi.
La pittura applicata all’abito è diventata nel tempo una componente centrale del suo lavoro, attraverso la realizzazione di pezzi unici nei quali il gesto artistico resta deliberatamente visibile. Ogni creazione conserva così le tracce della propria lavorazione, dalle pennellate alle sovrapposizioni cromatiche, fino alle variazioni della materia che rendono irripetibile il risultato finale. Questa attenzione alla manualità assume un significato particolare in un contesto come quello della moda contemporanea, nel quale la riproducibilità e la standardizzazione dei processi produttivi occupano spesso una posizione centrale. Il lavoro di Levi recupera invece il valore dell’unicità, trasformando l’abito in un oggetto artistico che conserva una relazione diretta con il gesto e con la sensibilità di chi lo ha realizzato.

Dal quadro all’abito: quando il corpo diventa parte dell’opera
L’aspetto più significativo di Indossa l’arte – Dal quadro all’abito è la capacità di Francesca Levi di confrontarsi con alcuni dei più grandi protagonisti della storia dell’arte senza limitarsi alla riconoscibilità delle loro opere. La sua ricerca dimostra quanto sia complesso reinterpretare un linguaggio pittorico, soprattutto quando il supporto originale viene sostituito da un materiale che possiede caratteristiche fisiche ed espressive completamente differenti.
L’osservazione ravvicinata degli abiti permette di cogliere aspetti che una semplice fotografia difficilmente potrebbe restituire: la consistenza dei tessuti, la direzione delle pennellate, il rapporto tra gli elementi decorativi e le proporzioni del corpo, ma soprattutto la continuità compositiva tra il davanti e il retro di ciascuna creazione.
La mostra mette così in relazione due dimensioni apparentemente distinte: l’opera destinata allo sguardo e l’abito destinato al corpo. Nel passaggio dall’una all’altro, la pittura modifica la propria natura, abbandona la stabilità della superficie tradizionale e acquista una nuova relazione con lo spazio, la materia e il movimento.
Attraverso questa ricerca, Francesca Levi restituisce alla moda la possibilità di diventare un linguaggio artistico autonomo, capace di confrontarsi con la storia dell’arte senza rinunciare alle proprie caratteristiche espressive. L’abito si trasforma in una superficie viva, nella quale la pittura continua a esistere attraverso il corpo che la indossa, modificando continuamente il rapporto tra immagine, materia e spazio.
Indossa l’arte – Dal quadro all’abito, Francesca Levi. Opening: 30 settembre 2026, Galleria M45 – Marco Bertoli, via Manzoni 45, Milano.














