
Che cosa accade a un’idea prima di diventare un’opera d’arte? Quante volte un artista cambia direzione, abbandona un progetto o scopre qualcosa proprio mentre cerca altro? Da cosa nasce cosa, la mostra inaugurata il 9 ottobre 2026 a Venezia, parte da queste domande per raccontare il lavoro di 28 artisti under 30 che hanno trascorso quasi un anno negli Atelier della Fondazione Bevilacqua La Masa e della Fondazione Musei Civici di Venezia. Curata da Camilla Mozzato, l’esposizione sarà visitabile fino al 22 novembre 2026 alla Galleria di Piazza San Marco e a Palazzetto Tito, per poi proseguire dal 3 dicembre 2026 al 9 maggio 2027 alla Casermetta 9 di Forte Marghera.
Al centro del progetto c’è una parte del lavoro artistico che raramente trova spazio nelle sale espositive: quella fatta di prove, ripensamenti, intuizioni improvvise e tentativi che non sempre conducono dove si era immaginato. Il pubblico incontra le opere, ma attraverso di esse può avvicinarsi anche alle esperienze che le hanno generate.
Bruno Munari e il significato di Da cosa nasce cosa
Il titolo della mostra richiama il celebre libro di Da cosa nasce cosa, nel quale il designer e artista italiano affronta il tema della progettazione come un processo aperto, capace di evolversi attraverso osservazione, metodo e sperimentazione. Il pensiero di Bruno Munari racchiude perfettamente lo spirito dell’esposizione: «Da un’idea nasce un’immagine. Da un errore, spesso, una scoperta. Da un incontro, una direzione inattesa».
È proprio l’ultima parte di questa riflessione a suggerire una delle chiavi di lettura della mostra. Il lavoro creativo può prendere forma attraverso relazioni inattese, occasioni di confronto e momenti in cui ciò che sembrava già definito viene rimesso in discussione.
Durante la residenza, i 28 artisti hanno avuto la possibilità di sviluppare le proprie ricerche senza doverle necessariamente ricondurre a un risultato prestabilito. Alcuni hanno approfondito linguaggi già familiari, altri hanno scelto materiali differenti o hanno iniziato a esplorare discipline che prima non appartenevano alla loro pratica. Pittura, fotografia, installazione, video, performance e documentario convivono così in un’esposizione che non cerca di individuare uno stile generazionale comune. La varietà delle opere diventa piuttosto il modo per osservare come artisti della stessa fascia d’età possano interpretare il presente attraverso sensibilità molto diverse.
Il riferimento a Munari riguarda anche il lavoro curatoriale. Camilla Mozzato ha seguito gli artisti durante il periodo di residenza attraverso visite agli studi, workshop, incontri individuali e momenti di confronto collettivo. La mostra nasce da questa frequentazione, sviluppata parallelamente alle ricerche dei partecipanti.

Ventotto artisti, ventotto modi di interpretare il presente
Uno degli aspetti più interessanti di Da cosa nasce cosa riguarda la possibilità di osservare quanto un ambiente di lavoro possa incidere sull’evoluzione di un artista. Le dichiarazioni raccolte durante gli Atelier 2025–2026 raccontano esperienze molto differenti, ma lasciano emergere una questione comune: quanto cambia una pratica artistica quando cambiano lo spazio, le persone e le condizioni in cui viene sviluppata?
Per Irene Mathilda Alaimo, il percorso è legato soprattutto al rapporto con l’immagine. Dopo una formazione in pittura, l’artista ha iniziato ad avvertire i limiti di un linguaggio statico rispetto ai temi che desiderava affrontare. L’interesse si è progressivamente spostato verso l’immagine in movimento, l’indagine d’archivio e un approccio antropologico. La sua ricerca osserva il modo in cui i media e le tecnologie contemporanee influenzano il nostro rapporto con la realtà, ma anche con ciò che sfugge a una spiegazione razionale, come le credenze religiose, il paranormale e le narrazioni cospirazioniste.
Diversa è l’esperienza di Nina Baietta, che lavora con la voce e con l’improvvisazione. La sua formazione musicale, maturata anche attraverso lo studio di figure come Meredith Monk, Joan La Barbara e Demetrio Stratos, l’aveva inizialmente portata a considerare il palcoscenico come il contesto naturale della propria ricerca. Durante la residenza questa prospettiva si è ampliata. La voce ha iniziato a confrontarsi con lo spazio museale, le installazioni, il video e soprattutto la danza.
Un passaggio che l’artista descrive con particolare lucidità, riconoscendo quanto l’incontro con altre discipline abbia modificato il suo modo di lavorare. E senza nascondere le incertezze che accompagnano questa trasformazione: «Anche se ora sento di essere un po’ in crisi, allo stesso tempo penso che da questa crisi uscirà qualcosa di inaspettato». È una dichiarazione che restituisce bene lo spirito dell’esposizione. Il cambiamento, nella ricerca artistica, può coincidere con una fase di dubbio. E il dubbio può diventare il punto da cui ripartire.
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Il valore dello studio: tempo, silenzio e libertà di sperimentare
Per altri partecipanti, l’esperienza degli Atelier ha avuto un significato meno legato al cambiamento di linguaggio e più alla possibilità di trovare un proprio metodo. Anna Benetti, arrivata all’Accademia dopo un iniziale percorso di studi scientifici, racconta di aver scoperto negli Atelier una dimensione di lavoro maggiormente individuale rispetto a quella a cui era abituata. La disponibilità di uno spazio personale le ha permesso di riflettere sulle ragioni delle proprie scelte pittoriche, esplorando soggetti e temi che in precedenza aveva lasciato da parte.
Parallelamente, la frequentazione del Conservatorio Benedetto Marcello ha alimentato nuove connessioni tra le sue esperienze formative, fino a portarla a utilizzare lo stesso ambiente musicale come soggetto della propria ricerca. «Gli Atelier mi hanno lasciato lo spazio e il silenzio necessari per trovare questo tipo di indipendenza», racconta Benetti, sottolineando come l’esperienza abbia cambiato il suo modo di pensare alla pittura.
Il rapporto con lo spazio ritorna anche nelle parole di Martina Biolo. Per lei, entrare in un nuovo studio ha significato confrontarsi con tempi di adattamento inattesi, quasi come accade quando si cambia casa. Durante la residenza ha riscoperto il disegno e si è riavvicinata alla ceramica, soffermandosi sui rituali, sulle ripetizioni e sulle tracce lasciate dalle esperienze.
Queste testimonianze permettono di leggere la mostra anche da un’altra prospettiva. L’atelier non è soltanto il luogo in cui si producono opere, ma uno spazio in cui si impara a riconoscere il proprio modo di lavorare. A volte attraverso nuove scoperte, altre attraverso una maggiore consapevolezza di ciò che si desidera lasciare indietro.
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Fondazione Bevilacqua La Masa: una storia iniziata nel 1898
Dietro Da cosa nasce cosa c’è una tradizione veneziana che attraversa oltre un secolo di storia dell’arte. La Fondazione Bevilacqua La Masa nasce nel 1898 per volontà della duchessa Felicita Bevilacqua La Masa, con l’obiettivo di sostenere le nuove generazioni di artisti e offrire loro occasioni concrete di crescita professionale. Gli Atelier, istituiti nel 1901, costituiscono uno dei primi programmi pubblici italiani dedicati alla giovane arte. Già agli inizi del Novecento, la sede di Ca’ Pesaro ospitava attività di produzione e confronto, accanto a quelle espositive.
Oggi questa vocazione prosegue attraverso studi, mostre, premi e attività formative. Il programma di residenza conserva un elemento particolarmente significativo: la possibilità, per gli artisti emergenti, di disporre di un luogo in cui sviluppare la propria ricerca con continuità.
Dal 2024, grazie alla collaborazione con la Fondazione Musei Civici di Venezia, il progetto mette a disposizione complessivamente 28 studi, distribuiti tra Palazzo Carminati, il Complesso dei Santi Cosma e Damiano alla Giudecca e l’Emeroteca dell’Arte di Mestre. La partnership amplia le opportunità offerte ai giovani artisti e collega la tradizione della Fondazione Bevilacqua La Masa alla rete culturale cittadina gestita da MUVE.
Per l’edizione 2025–2026, la selezione dei partecipanti è stata affidata a una giuria composta da Nebojsa Despotovic, presidente, Marco Ferraris e Roberto Zamberlan per la Fondazione Bevilacqua La Masa, insieme a Elisabetta Barisoni e Cristiano Sant per la Fondazione Musei Civici di Venezia, con la partecipazione di Camilla Mozzato.

Da Piazza San Marco a Forte Marghera: una mostra in tre sedi
Anche la distribuzione geografica dell’esposizione contribuisce a raccontare il progetto. La prima fase coinvolge due sedi storiche della Fondazione Bevilacqua La Masa: la Galleria di Piazza San Marco e Palazzetto Tito, nel sestiere di Dorsoduro. Due luoghi inseriti nel tessuto culturale veneziano, che accolgono una selezione delle opere realizzate durante la residenza. Dal 3 dicembre, il percorso proseguirà alla Casermetta 9 di Forte Marghera, spazio dedicato all’arte contemporanea della Fondazione Musei Civici di Venezia.
Il passaggio dal centro storico a Forte Marghera estende la presenza della mostra sul territorio e mette in relazione sedi differenti della rete culturale cittadina. Per il pubblico è anche un’occasione per conoscere una parte della scena artistica emergente che lavora a Venezia, al di là degli appuntamenti internazionali per cui la città è maggiormente conosciuta.
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Una mostra che lascia aperte nuove possibilità
A dare una lettura particolarmente efficace del progetto è la stessa curatrice, Camilla Mozzato, quando afferma: «Da cosa nasce cosa non ambisce a restituire un punto d’arrivo, ma una soglia attraversata insieme».
La mostra nasce infatti da ventotto percorsi individuali, ciascuno caratterizzato da domande, metodi e interessi differenti. La loro presenza all’interno di uno stesso progetto espositivo permette di osservare ciò che quasi dodici mesi di lavoro possono produrre, senza pretendere di definire una direzione definitiva. Per alcuni artisti l’esperienza ha significato consolidare una ricerca, per altri modificarla o riconoscerne i limiti. Ed è forse questo l’aspetto più interessante dell’intero progetto: la possibilità di raccontare la creazione artistica senza cancellarne le esitazioni.
Da cosa nasce cosa offre al pubblico l’occasione di osservare una generazione di artisti mentre costruisce il proprio linguaggio, prima che il tempo, le esposizioni e le esperienze successive ne definiscano ulteriormente il percorso. Le opere presentate a Venezia appartengono a un momento preciso della loro ricerca. Quello che verrà dopo, come suggerisce il titolo scelto dalla mostra, è ancora tutto da scoprire.














