identità preziose

Il gioiello torna all’uomo: da simbolo di potere a gesto di libertà

Dalle insegne settecentesche alle perle di oggi, il gioiello maschile racconta una storia di potere, identità e trasformazione. Alla Statale di Milano, Cartier, Buccellati e Damiani hanno esplorato il nuovo rapporto tra uomini, gioielli e artigianalità

di Naomi Lanciano | 23 Settembre 2026
foto: ufficio stampa

Per secoli gli uomini hanno indossato gioielli senza sentire il bisogno di definirli maschili. Li hanno utilizzati per mostrare il proprio rango, riconoscersi come appartenenti allo stesso ordine, dichiarare una posizione sociale, custodire un’identità familiare o semplicemente adornarsi. Poi qualcosa è cambiato: il guardaroba dell’uomo si è fatto più austero, il colore ha progressivamente lasciato spazio alla sobrietà e anche il gioiello ha perso quella centralità che aveva avuto fino ad allora.

Oggi il percorso sembra essersi invertito. Anelli, spille, collane, diamanti e persino le perle tornano nel guardaroba maschile, ma senza recuperare necessariamente le vecchie regole. Più che assistere semplicemente al ritorno del gioiello da uomo, stiamo osservando la progressiva scomparsa del bisogno di stabilire a chi un gioiello debba appartenere.

Di questa trasformazione si è parlato il 22 settembre all’Università degli Studi di Milano durante “L’ornamento del gentiluomo. Tendenze e stili del gioiello maschile”, incontro legato alla mostra The Gentleman. Stile e gioielli al maschile, curata da Mara Cappelletti e allestita nelle Raccolte Storiche di Palazzo Morando fino al 27 settembre. Alla conversazione hanno partecipato, insieme alla curatrice, Michel Aliaga, Director of Transmission Cartier, Luca Buccellati, Special Sales | VIP Director Buccellati, e Jérôme Favier, CEO del Gruppo Damiani.

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Gioiello maschile, una storia iniziata molto prima del genderless

Per capire ciò che sta accadendo oggi bisogna tornare molto indietro, quando la distinzione tra gioiello maschile e femminile rispondeva a codici diversi da quelli contemporanei. Mara Cappelletti ha ripercorso una storia nella quale l’ornamento appare innanzitutto come espressione culturale della propria epoca. La mostra parte dal Settecento, quando l’uomo indossava gioielli numerosi e vistosi, e arriva agli anni Duemila, affiancando agli oggetti abiti e immagini capaci di raccontare anche il modo in cui venivano portati.

Il gioiello, del resto, non vive separato dall’abito. Cambia insieme ai materiali disponibili, alle tecniche, al gusto e persino alla morale. Nel Settecento si utilizzavano anche strass e pietre d’imitazione capaci di riprodurre l’effetto del diamante; nell’Ottocento troviamo gioielli da polso, gemelli e ornamenti destinati al panciotto, spesso caratterizzati da una funzione che andava oltre quella puramente decorativa.

Tra Sette e Ottocento arriva poi quella trasformazione ricordata nella storia del costume come “Grande Rinuncia”. L’uomo occidentale abbandona progressivamente broccati, colori accesi, tessuti ricchi e ornamenti vistosi in favore di un’estetica più severa. Il gioiello non scompare, ma diventa più discreto e mantiene spesso una funzione precisa: un fermaglio chiude un mantello, un sigillo rappresenta una famiglia, un’insegna dichiara l’appartenenza a un ordine.

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Foto: Ufficio stampa

Quando il gioiello raccontava appartenenza e potere

Alcuni degli oggetti mostrati durante l’incontro permettono di comprendere quanto il gioiello sia stato anche uno strumento di riconoscimento sociale. Nel ritratto di Anton Giorgio Clerici con le insegne del Toson d’Oro, l’ornamento non ha una funzione semplicemente decorativa: identifica la sua appartenenza all’ordine cavalleresco e permette agli altri membri di riconoscerlo come uno di loro.

Cappelletti ha parlato in questo senso di un codice fraterno, fatto di simboli condivisi attraverso i quali gli appartenenti allo stesso ordine potevano riconoscersi reciprocamente. Una logica che ritroviamo, con caratteristiche differenti, anche nella gioielleria legata alla simbologia massonica. A questo si affianca quello che la curatrice definisce un codice paterno, maggiormente legato all’affermazione del potere personale, dinastico e familiare e rappresentato, per esempio, dai sigilli.

Nel Novecento il linguaggio torna progressivamente ad ampliarsi. Negli anni Sessanta ricompaiono colori e motivi floreali, mentre il decennio successivo porta geometrie, forme e dimensioni differenti. Il percorso della mostra arriva così fino al dialogo diretto con la moda attraverso prestiti di Missoni e Gianfranco Ferré.

Negli ultimi anni questo processo ha assunto un significato ancora diverso. Accanto ai gioielli tradizionalmente maschili troviamo creazioni originariamente pensate per le donne e oggetti il cui design non si pone più il problema di identificare il genere di chi li indosserà. A determinarne la scelta sono sempre più il gusto, il contesto e l’identità personale.

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Foto: Ufficio stampa

Cartier, il design che attraversa le epoche

Con Michel Aliaga la conversazione si è spostata sulla capacità del design di attraversare il tempo. Il racconto è partito dalle origini di Cartier, nel 1847, e dalla figura di Louis Cartier, che era solito chiamare i propri designer “inventori”, affidando loro il compito di osservare la modernità e trasformarla in nuove forme.

Linee pulite, forme pure e suggestioni provenienti da un mondo che stava cambiando, compresa l’influenza dell’estetica giapponese, entrano così nel vocabolario della Maison. La ricerca riguarda anche l’orologio da polso, pensato per uomini e donne attraverso un equilibrio tra forma e funzione, mentre nel corso del tempo figure come Jeanne Toussaint e Aldo Cipullo avrebbero continuato ad alimentare quella capacità di creare oggetti destinati a rimanere riconoscibili.

Aliaga ha ricordato anche il concetto di “idea madre”, un’intuizione sufficientemente forte da poter generare numerose variazioni senza perdere la propria identità. Trinity ne è uno degli esempi più evidenti: nel 1924 nascono i tre anelli intrecciati nei tre colori dell’oro, successivamente indossati da uomini e donne e diventati uno dei codici più riconoscibili di Cartier. Lo stesso principio di continuità si ritrova nel Love Bracelet, disegnato da Aldo Cipullo a New York nel 1969, e nel bracciale a forma di chiodo creato nel 1971 e rilanciato decenni dopo come Juste un Clou.

Il timeless, visto da questa prospettiva, non significa immobilità, ma capacità di continuare a essere desiderati mentre cambiano le persone e il modo in cui scelgono di indossare un oggetto.

Buccellati: testa, cuore e mani

Con Luca Buccellati il discorso è tornato all’artigianalità. Appartenente alla quarta generazione della famiglia, Buccellati ha raccontato una Maison nella quale il rapporto con gli artigiani è parte integrante dell’identità e ha sintetizzato ciò che serve per realizzare un oggetto in tre elementi: testa, cuore e mani.

Anche all’interno di Buccellati il rapporto con il genere è diventato sempre meno rigido. Le lavorazioni storiche della Maison, come il caratteristico rigato sottile, continuano a essere valorizzate senza la necessità di stabilire una separazione netta tra uomo e donna. A dimostrarlo sono gli stessi clienti: le numerose richieste dell’Eternelle in misure superiori alla 56 suggeriscono che molti di questi anelli siano destinati a uomini. Per Buccellati, tuttavia, non è necessario saperlo: chiunque può scegliere qualsiasi cosa e il fatto stesso che qualcuno desideri un loro gioiello al punto da aspettarne la disponibilità rimane ciò che conta davvero.

Foto: Ufficio stampa

Damiani e il superamento delle categorie di genere

Anche Jérôme Favier ha raccontato quanto rapidamente siano cambiate le abitudini. Quando studiava marketing, ha ricordato, la barriera tra prodotto maschile e femminile era molto più netta; oggi lui stesso indossa una minispilla originariamente nata come gioiello per donna.

Durante il suo intervento sono apparse le immagini di Orlando Bloom, Stefano Accorsi e Achille Lauro, esempi differenti di un rapporto più libero con l’ornamento. Per Favier ciò che conta oggi è soprattutto che il gioiello riesca a comunicare qualcosa e faccia stare bene chi lo indossa. Le Maison, allo stesso tempo, devono accompagnare gradualmente il pubblico verso nuovi linguaggi, perché anche la creatività più innovativa ha bisogno di tempo per essere assimilata.

Non esiste quindi una data precisa alla quale far risalire la nascita del gioiello genderless. Il cambiamento è avvenuto gradualmente e alcune personalità pubbliche hanno contribuito a renderlo più visibile. Le perle ne sono forse l’esempio più immediato: per decenni associate quasi automaticamente all’universo femminile, oggi compaiono con sempre maggiore naturalezza anche su uomini come Timothée Chalamet e Harry Styles. Luca Buccellati ha ricordato quanto il mondo delle perle sia in realtà vastissimo, mentre Favier ha confermato l’interesse verso un fenomeno che sembra avere ancora spazio per crescere.

Foto: Ufficio stampa

Il futuro dell’alta gioielleria e la ricerca di nuovi artigiani

Durante le domande finali la conversazione si è spostata su una questione meno visibile al pubblico, ma decisiva per il futuro delle Maison: trovare una nuova generazione di artigiani. Sia Buccellati sia Favier hanno raccontato quanto sia difficile reperire giovani disposti a intraprendere percorsi altamente specializzati. La ricerca si estende anche ad altri Paesi europei e, in alcuni casi, le aziende sostengono direttamente la formazione e gli studi dei ragazzi selezionati, inevitabilmente in numeri ridotti.

A rendere tutto più complesso c’è anche una questione geografica. Valenza, uno dei distretti più importanti della gioielleria italiana, custodisce competenze straordinarie, ma per un ragazzo molto giovane non esercita necessariamente lo stesso richiamo di Milano, Parigi o di una grande capitale europea. Convincere nuovi talenti significa quindi non soltanto avvicinarli a un mestiere impegnativo, ma anche portarli a scegliere un territorio nel quale costruire una parte della propria vita.

La tecnica, paradossalmente, non sembra essere l’ostacolo maggiore. Un gesto si può insegnare, ripetere e perfezionare fino a raggiungere la precisione richiesta dall’alta gioielleria; molto più difficile è trasmettere la passione che porta qualcuno a voler dedicare anni a quel gesto. Quella luce deve esserci. Si possono formare le mani, ma senza curiosità, dedizione e amore per il mestiere è molto più difficile formare un artigiano.

La questione riguarda anche il modo in cui si parla di queste realtà. Durante l’incontro è stato sottolineato come l’espressione “industria del lusso” possa risultare quasi contraddittoria quando viene applicata a Maison nelle quali cura e lentezza non sono una strategia costruita intorno al prodotto, ma una conseguenza naturale del modo in cui quel prodotto viene realizzato.

Foto: Ufficio stampa

Quel superfluo di cui continuiamo ad avere bisogno

Luca Buccellati ha raccontato con ironia come nella sua famiglia si sia sempre scherzato sul fatto che vivessero producendo e vendendo qualcosa che, a conti fatti, non è necessario. Un gioiello non è acqua. Non è cibo. Possiamo tranquillamente vivere senza. Eppure continuiamo da millenni a crearne, indossarne, regalarne e conservarne, attribuendo a questi oggetti un valore che supera qualsiasi funzione pratica. «Non c’è niente di più necessario del superfluo», recita un noto proverbio, e poche espressioni sembrano raccontare altrettanto bene il paradosso della gioielleria.

Anche stabilire quanto stia realmente crescendo il segmento maschile non è così semplice. Favier ha fatto notare che, se un uomo acquista un gioiello, non possiamo sapere con certezza se lo abbia scelto per sé o per qualcun altro; Buccellati ha spiegato allo stesso modo che, al di fuori delle richieste speciali, le collezioni non vengono costruite secondo una rigida distinzione di genere e comprendono già misure adatte anche a mani maschili.

Dopo la Grande Rinuncia, l’uomo aveva progressivamente abbandonato lo sfarzo del gioiello, lasciando spesso alla donna anche il compito di rendere visibile attraverso gli ornamenti il successo economico e sociale della famiglia. Oggi sembra essersene riappropriato con una libertà diversa, scegliendo un anello, una spilla, una pietra importante o un filo di perle perché vi riconosce qualcosa di sé. Cambiano i codici e cadono le distinzioni tra maschile e femminile, mentre rimane sorprendentemente attuale la parte più antica di questo mestiere: qualcuno deve ancora conoscere la materia, dominarla e dedicarle abbastanza tempo da trasformarla in qualcosa che un’altra persona vorrà conservare. Possiamo fare a meno di un gioiello, certamente, ma continuiamo a desiderarlo, e dopo secoli questa sembra essere una delle poche cose rimaste immutate.

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