Cuore e Bon Vivre

Veronica Berti Bocelli, tra leadership e visione: la collaborazione con Comte de Montaigne

Manager, filantropa e figura internazionale: Veronica Berti Bocelli racconta il suo ruolo e la visione dietro la partnership con Comte de Montaigne

Foto: Lorenzo Montanelli / Ufficio stampa

Veronica Berti Bocelli è una figura che incarna una forma di leadership sempre più rara: quella che unisce visione, concretezza e responsabilità. Il suo percorso si muove con naturalezza tra impresa, cultura e impegno sociale, dando forma a progetti capaci di trasformare valori in azioni e relazioni in impatto reale. CEO di Almud e Vicepresidente della Andrea Bocelli Foundation, rappresenta oggi un punto di riferimento internazionale per la capacità di guidare iniziative che mettono al centro istruzione, salute ed empowerment. Una traiettoria che incontra quella di Comte de Montaigne – la prestigiosa Maison di Champagne situata nella regione della Côte des Bar, nell’Aube in Francia – in una collaborazione che supera il concetto di rappresentanza e si traduce in un racconto condiviso di valori: cuore, autenticità e un’idea di “bon vivre” che si misura nella coerenza tra ciò che si è e ciò che si fa . La sua nomina a Madrina Internazionale si inserisce così in una visione più ampia, che elegge Milano a crocevia di eccellenze e relazioni globali, trasformando il ruolo in un ponte tra mondi diversi, ma profondamente connessi.

Veronica Berti Bocelli: Cuore, Autenticità e Bon Vivre

Essere scelta come Madrina Internazionale di una Maison di Champagne di prestigio è un ruolo che unisce rappresentanza e visione. Qual è stata la sua prima reazione quando le è stata proposta questa collaborazione?

La prima reazione è stata di gratitudine. Con Stéphane ci conosciamo da tempo, ci stimiamo, e negli anni quella stima si è confermata nei fatti. Quando ti viene proposto qualcosa da una persona di cui ti fidi, e da una Maison di cui hai visto dall’interno il modo di lavorare, la serietà e la cura, la risposta viene da sola. Ho accettato con piacere e con senso di responsabilità, perché un ruolo come questo chiede coerenza prima ancora che rappresentanza. E la coerenza, per me, è sempre il punto di partenza.

Il progetto si fonda su Cuore, Autenticità e Bon Vivre. Quale di questi valori sente più vicino alla sua identità personale e professionale?

L’autenticità, senza dubbio. È la qualità che cerco prima di tutto nelle persone, e che cerco di onorare nel mio lavoro ogni giorno. Do molto peso all’ascolto, perché è lì che si distingue l’immagine dalla sostanza: capire se dietro una proposta, un progetto, una collaborazione c’è qualcosa di solido o soltanto una bella confezione. Nel management come nella Andrea Bocelli Foundation ho imparato che la perfezione tecnica, da sola, non basta: serve un’identità riconoscibile, e serve la coerenza tra ciò che si dichiara e ciò che si fa. Quando mancano, si sente. In Comte de Montaigne ho trovato questa coerenza: una Maison che ha scelto di non cedere alla fretta, di costruire qualcosa che duri. Per me era un segnale chiaro. Ed è anche la ragione per cui questa collaborazione mi è sembrata, fin dall’inizio, la cosa giusta.

Nel suo percorso tra management globale e impegno filantropico, quanto conta l’autenticità come elemento di leadership? È una qualità che si costruisce o che si possiede naturalmente?

Si costruisce, ogni giorno. Credo che ognuno abbia una predisposizione, ma l’autenticità come stile di leadership si affina nell’esperienza, negli errori, nella capacità di imparare senza perdere la rotta. Io ho cominciato con una laurea in management della musica e tanta teoria: poi è arrivata la realtà, mille volte più esigente dei manuali. Ho capito che guidare significa soprattutto esserci, con coerenza e coscienza, anche quando è più comodo fare altrimenti. Nel management di un artista come Andrea, ma anche nella fondazione e nei progetti imprenditoriali, ho visto come la fiducia si costruisca solo con i fatti, nel tempo. Chi cerca scorciatoie, prima o poi, si trova esposto: le persone intorno capiscono, e la fiducia, una volta persa, non si recupera.

Foto: Lorenzo Montanelli / Ufficio stampa

Comte de Montaigne a Milano: la collaborazione con Andrea Bocelli Foundation, tra lusso e impegno sociale

Milano è stata scelta come headquarter internazionale della Maison. Dal suo osservatorio privilegiato, quanto pesa oggi il fattore Italia nella costruzione di un brand davvero globale?

Pesa moltissimo, a condizione che sia un’Italia reale e non di facciata. Il mondo riconosce a questo paese un patrimonio di qualità, bellezza e saper fare artigianale che nessun altro può replicare. Penso alla moda, che ne è forse l’esempio più eloquente: i grandi brand italiani hanno conquistato il mondo non solo con l’estetica, ma con un’idea precisa di identità, di manifattura, di storia da raccontare. Milano in questo senso è un osservatorio privilegiato: è la città che meglio sa tenere insieme radici e apertura internazionale, artigianato e visione contemporanea. Una Maison che sceglie Milano come sede abbraccia un sistema di valori e trova un interlocutore credibile con il resto del mondo.

Lei è abituata a muoversi tra cultura, business e lifestyle internazionale. Che tipo di energia percepisce oggi a Milano quando si parla di eccellenza e relazioni strategiche?

Un’energia in movimento, pragmatica, e direi anche più consapevole di qualche anno fa. Milano ha smesso da tempo di inseguire i modelli altrui e lavora con una fiducia più solida nelle proprie qualità. Quello che percepisco, nei contesti in cui mi muovo, è una città che sa costruire relazioni solide: persone che si cercano perché si stimano, progetti che nascono da affinità genuine. C’è cultura del risultato, abitudine al confronto internazionale e, sempre di più, la capacità di tenere insieme bellezza e sostanza. Una combinazione rara che, quando funziona, produce qualcosa di riconoscibile nel mondo.

Il legame con la Andrea Bocelli Foundation introduce una dimensione di responsabilità e solidarietà. Crede che il lusso contemporaneo debba necessariamente dialogare con l’impegno sociale per essere credibile?

Il lusso che non restituisce nulla è un lusso incompleto. È una convinzione che viene da lontano, dal lavoro che facciamo con la Andrea Bocelli Foundation, dall’idea che le energie di ciascuno siano un bene prezioso da investire in ciò che genera valore, opportunità, cambiamento concreto. Nel tempo ho imparato a riconoscere chi condivide davvero questa visione, e Comte de Montaigne lo ha dimostrato con i fatti: la vicinanza alla nostra fondazione, le soirée benefiche ad “Alpemare”, il nostro beach club, sono gesti che parlano da soli. Eccellenza e responsabilità si completano e quando stanno insieme, l’eccellenza diventa credibile in modo più profondo e duraturo. È questo che mi interessa costruire.

Foto: Ufficio stampa

Veronica Berti Bocelli e Comte de Montaigne: uno sguardo al futuro della Maison

Il Bon Vivre viene spesso associato all’estetica. Per lei cosa significa davvero? È più una questione di stile o di sensibilità?

Di sensibilità, prima di tutto. Lo stile è una conseguenza, non il punto di partenza. Per me il Bon Vivre è una qualità dell’attenzione: verso le persone, i dettagli, il tempo che si dedica a ciò che conta. L’ho vissuto nel lavoro, nell’ospitalità di Alpemare, nei rapporti che costruisco: la bellezza di un gesto o di un momento viene sempre dalla cura con cui lo si prepara, non dall’apparenza con cui si presenta.

Questa partnership nasce da un’amicizia consolidata nel tempo. Quanto conta la fiducia personale nella costruzione di progetti internazionali di questo livello?

È decisiva, e vale per qualsiasi progetto ambizioso. La fiducia si costruisce nell’ascolto, nella coerenza, nella capacità di essere presenti anche quando non c’è nulla da firmare. Difficilmente i contratti la sostituiscono: arrivano dopo, quando la fiducia esiste già. E quando c’è, cambia tutto: abbassa le resistenze, permette di lavorare con una libertà e una franchezza che nessun accordo formale può garantire. È la base su cui tutto il resto si regge.

Guardando al futuro, come immagina l’evoluzione di questo ruolo e quale contributo desidera portare alla Maison nei prossimi anni?

Immagino un percorso che cresca con la stessa naturalezza con cui è nato. Porto con me anni di relazioni internazionali costruite attraverso la musica, l’attività charity, l’ospitalità, lo show business: mondi che condividono la stessa ricerca di qualità, di emozione, di esperienza autentica. È esattamente lo spazio in cui Comte de Montaigne sa muoversi. Nei prossimi anni vorrei contribuire ad aprire a questa Maison porte nuove, in contesti dove la sua identità possa esprimersi con piena libertà e trovare interlocutori all’altezza. Milano può essere un punto di partenza, ma il messaggio che vogliamo costruire insieme è fatto per viaggiare lontano.

Foto: Lorenzo Montanelli / Ufficio stampa

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