Sguardi milanesi

Quattro modi di guardare l’arte

Dalí, i Brueghel, Matisse e Picabia arrivano tra Palazzo Reale e MUDEC. Quattro mostre molto diverse, unite da un invito semplice: fermarsi davanti alle opere e osservare ciò che spesso sfugge

di Redazione di Luxury Prêt à Porter | 22 Settembre 2026
Foto: Ufficio stampa

Dalí, i Brueghel, Matisse e Picabia arrivano tra Palazzo Reale e MUDEC. Quattro mostre molto diverse, unite da un invito semplice: fermarsi davanti alle opere e osservare ciò che spesso sfugge. Milano entra nell’autunno con quattro nomi capaci, da soli, di attraversare secoli di storia dell’arte: Salvador Dalí, i Brueghel, Henri Matisse e Francis Picabia. Tra settembre e ottobre, Palazzo Reale e MUDEC aprono altrettante esposizioni che Ad Artem accompagnerà con le proprie visite guidate, costruendo percorsi pensati per restituire alle opere dettagli, rimandi e storie che una visita veloce rischierebbe di lasciare sullo sfondo. Il punto, del resto, non è soltanto sapere cosa si ha davanti. È capire dove guardare.

Da oltre trent’anni Ad Artem lavora proprio su questo principio. Fondata a Milano nel 1993 da un gruppo di giovani studentesse dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, la realtà milanese ha sviluppato nel tempo progetti didattici per musei e mostre in tutta Italia. Oggi, sotto la direzione di Adriana Summa ed Elena Rossi, lavora con scuole, famiglie, visitatori individuali, gruppi e aziende. Nel 2024 ha coinvolto oltre 250.000 partecipanti in più di 9.750 attività, tra visite, laboratori e tour. «Il nostro sforzo costante è adattare la visita, nei contenuti e nel linguaggio, al pubblico che abbiamo davanti: la stessa mostra raccontata a una classe di primaria e a un gruppo di adulti diventa due percorsi diversi», spiega Furio Bringhenti, responsabile della progettazione di Ad Artem.

Dalí, quando un dipinto diventa qualcosa da indossare

Il calendario comincia il 24 settembre a Palazzo Reale con Dalí e la Moda, aperta fino al 31 gennaio 2027 e curata da Laura Bartolomé e Judith Clark.

Per la prima volta una grande mostra indaga in maniera specifica il rapporto fra Salvador Dalí e la moda, osservandola come parte integrante della costruzione del suo immaginario. Oltre 200 opere e documenti – dipinti, fotografie, disegni, abiti, gioielli, filmati e oggetti – ricostruiscono una relazione che andava ben oltre le collaborazioni occasionali. Dalí aveva intuito molto presto la forza comunicativa della moda. Lavorò con le vetrine, con la pubblicità, con le immagini destinate alle riviste e alle copertine di Vogue. Ed è proprio il passaggio dall’idea artistica all’oggetto che Ad Artem sceglie come una delle chiavi della visita. Davanti alle opere, alcuni collegamenti diventano immediatamente leggibili. Il celebre cappello-scarpa di Elsa Schiaparelli, per esempio, rimanda alla fotografia in cui Gala aveva appoggiato una scarpa sulla testa di Dalí. L’aragosta lascia invece la dimensione pittorica per comparire su un abito indossato da Wallis Simpson. Il surrealismo, in questi casi, esce letteralmente dalla tela e arriva sul corpo.

Foto: Ufficio stampa – André Caillet, Gala wearing Elsa Schiaparelli’s shoe-hat inspired by a Salvador Dalí design, 1938, Vintage gelatin silver print, 19,4 x 25,2 cm © Salvador Dalí,
Fundació Gala-Salvador Dalí, Figueres,
2026

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Nei Brueghel, niente è davvero un dettaglio

Pochi giorni dopo, il 29 settembre, sempre Palazzo Reale apre I Brueghel. Le origini dei generi pittorici in Europa, visitabile fino al 31 gennaio 2027. Sono 80 opere fra dipinti, disegni e stampe per raccontare una famiglia che ha avuto un ruolo decisivo nella storia della pittura europea. Ma per avvicinarsi ai Brueghel serve tempo. I loro quadri chiedono all’occhio di muoversi, cercare e tornare indietro. «I dipinti dei Brueghel erano considerati una sfida per lo sguardo: bisognava riuscire a trovare tutti i dettagli. Il nostro lavoro in mostra è esattamente questo, insegnare a guardare», racconta Bringhenti.

Milano, in questa storia, non resta semplicemente la città che ospita l’esposizione. Jan Brueghel il Vecchio era amico di Federico Borromeo, al quale donava le proprie opere, e uno dei prestiti centrali della mostra arriva proprio dalla Pinacoteca Ambrosiana: Fiori in un vaso. A prima vista è una natura morta. Avvicinandosi, il dipinto cambia. Nel vaso convivono circa cento specie floreali appartenenti a stagioni diverse, osservate e dipinte dall’artista nel corso degli anni. La visita permette di collegare l’opera alla Canestra di Caravaggio, conservata anch’essa all’Ambrosiana: due modi lontani di utilizzare la natura per parlare anche della brevità della vita. Lo stesso accade nei paesaggi invernali. Tra minuscole figure e scene quotidiane compare persino quello che può essere letto come un antecedente del curling, dettaglio che oggi assume una curiosa attualità nell’anno di Milano-Cortina. Altrove, una piccola trappola per uccelli incrina l’apparente serenità del paesaggio trasformandola in un memento mori.

Persino la storia delle collezioni milanesi emerge dalle tele. Delle quattro allegorie degli elementi dipinte per Borromeo, Fuoco e Acqua sono ancora conservate all’Ambrosiana; Terra e Aria, portate via durante l’epoca napoleonica, si trovano invece al Louvre.

Foto: Ufficio stampa – Pieter Bruegel il Vecchio La danza nuziale / The Wedding Dance 1566 circa olio su tavola, cm 117,2 × 165,5 / oil on panel, 117.2 × 165.5 cm
Anversa, Koninklijk Museum voor Schone
Kunsten / Antwerp, Royal Museum of Fine
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Matisse guarda oltre l’Europa

L’8 ottobre l’attenzione si sposta al MUDEC – Museo delle Culture, dove fino al 21 febbraio 2027 sarà aperta Matisse. Il mondo in una stanza, curata da Ellen McBreen e Chiara Gatti.

Il percorso affronta un aspetto preciso del lavoro di Henri Matisse: il rapporto con le culture incontrate attraverso studi, viaggi e spedizioni oltre i confini europei. Arte africana, islamica, russa, cinese e del Pacifico entrano così nella lettura della sua produzione e permettono di osservare da un’altra prospettiva la costruzione del modernismo occidentale. La mostra è organizzata in otto sezioni e raccoglie circa 100 opere, fra dipinti, lavori su carta, sculture e fotografie. Più che isolare Matisse all’interno della storia dell’arte francese, il percorso ricostruisce la complessità delle fonti visive che contribuirono alla formazione del suo linguaggio.

Foto: Ufficio stampa – Henri Matisse
Jeune fille assise, robe persane
1942
Olio su tela, 43 x 56 cm
Musée national Picasso, Parigi
Credito foto: RMN-Grand Palais / Mathieu
Rabeau/ Dist. Foto SCALA, Firenze

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Picabia e il diritto di cambiare continuamente

Il giorno successivo, 9 ottobre, Palazzo Reale apre Picabia. Aprire le porte della notte, curata da Anne Berest-Picabia e visitabile fino al 24 gennaio 2027.

Con oltre 170 opere provenienti da musei europei e collezioni internazionali, è la più ampia esposizione mai realizzata in Italia dedicata a Francis Picabia, artista difficile da racchiudere dentro una definizione proprio perché trascorse buona parte della propria carriera a sottrarsi alle definizioni. Amore, musica, danza, origini spagnole, guerra e creazione collettiva diventano alcune delle coordinate attraverso cui leggere una produzione segnata dal cambiamento. Il progetto didattico lavora così sulla metamorfosi, sulle avanguardie, sulla notte, sulla libertà e sull’ironia, seguendo Picabia nei suoi continui spostamenti da un linguaggio all’altro. Fra le quattro esposizioni, questa ha una particolarità: Picabia è l’unica mostra per la quale Ad Artem cura la didattica ufficiale. Per Dalí, Brueghel e Matisse vengono invece proposte visite guidate a calendario rivolte a singoli visitatori, gruppi e scuole. È una distinzione tecnica, ma racconta anche qualcosa del modo in cui si costruisce oggi l’accesso all’arte. Una mostra può essere attraversata in un’ora, fotografata e lasciata alle spalle. Oppure può diventare l’occasione per allenare lo sguardo.

L’autunno milanese offre quattro esercizi molto diversi: cercare un’idea surrealista dentro un abito, scoprire una trappola quasi invisibile in un paesaggio fiammingo, riconoscere le culture che attraversano il lavoro di Matisse o seguire Picabia mentre cambia ancora una volta direzione. Forse il punto di una buona visita guidata sta proprio qui: non dire al visitatore cosa deve vedere, ma insegnargli a vedere di più.

Foto: Ufficio stampa – Francis Picabia, Andalouse (Espagnole à la mantille), ca. 1926–27 Gouache, watercolor, ink, and pencil on paper 62.5 × 48 cm
Capitán Collection
©Capitán Collection

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