
Ci sono luoghi di Venezia che sembrano esistere apposta per sottrarsi allo sguardo. Non appartengono alla città più fotografata, quella delle calli affollate e delle vedute immediatamente riconoscibili, ma a una geografia più silenziosa, fatta di giardini nascosti, isole e percorsi che chiedono tempo. Il Labirinto Borges, sull’Isola di San Giorgio Maggiore, è uno di questi luoghi. Dopo un intervento di restauro conservativo, dal 10 luglio è tornato ad accogliere il pubblico, proprio nell’anno in cui ricorrono i quarant’anni dalla morte di Jorge Luis Borges.
Davanti a San Marco, ma lontano dalla sua frenesia, oltre tremila piante di bosso costruiscono un paesaggio che è insieme giardino, opera e racconto. Qui non si entra semplicemente per trovare un’uscita: si entra nell’immaginario di uno degli scrittori più enigmatici del Novecento, in uno spazio nel quale architettura, natura e letteratura finiscono per parlare la stessa lingua.
Il Labirinto Borges a Venezia, un libro scritto nel verde
Realizzato nel 2011 dalla Fondazione Giorgio Cini, il Labirinto nasce dal progetto dell’architetto e paesaggista inglese Randoll Coate ed è ispirato a Il giardino dei sentieri che si biforcano, uno dei racconti più celebri di Borges. L’opera venne realizzata in occasione del venticinquesimo anniversario della morte dello scrittore, in collaborazione con la Fundación Internacional Jorge Luis Borges.
Il risultato occupa circa 2.300 metri quadrati e, osservato dall’alto, assume la forma di un enorme libro aperto. Le siepi non seguono però soltanto una geometria decorativa: tra i percorsi emergono riferimenti all’universo borgesiano, dal bastone agli specchi, dalla clessidra alla tigre, fino a un gigantesco punto interrogativo. Ogni elemento diventa una citazione da decifrare mentre ci si muove all’interno dello spazio.
È proprio questa dimensione a renderlo diverso da un labirinto tradizionale. Per Borges, perdersi non significava semplicemente smarrire la strada, ma confrontarsi con il tempo, con le possibilità e con l’incertezza dell’esistenza. Il giardino traduce quell’idea in un’esperienza fisica: scegliere una direzione, cambiare percorso, ritrovarsi davanti a un bivio e continuare.

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Tra Borges e Venezia, la storia di un luogo nascosto
Anche il terreno sul quale oggi cresce il Labirinto porta con sé una storia stratificata. Nel corso dei secoli l’area è stata un antico cimitero portoghese, un giardino officinale dei monaci benedettini e, successivamente, un deposito di munizioni durante l’epoca napoleonica. Nell’Ottocento venne utilizzata anche dalle truppe italiane. Dopo un lungo periodo di abbandono, nel 2004 il musicologo Pedro Memelsdorff propose a María Kodama Borges di presentare alla Fondazione Cini il progetto di Coate.
Il giardino venne infine realizzato sette anni più tardi, trasformandosi in quello che la stessa Fondazione considera una sorta di “terzo chiostro” dell’Isola di San Giorgio Maggiore, accanto agli spazi monumentali che ne definiscono l’identità.
Il legame con Venezia non è casuale. Il Labirinto fu voluto anche per ricordare l’amore di Borges per la città lagunare, creando un luogo capace di tradurre in paesaggio alcuni dei temi che attraversano continuamente la sua opera.
Il restauro del Labirinto Borges e la riapertura al pubblico
A quindici anni dalla sua realizzazione, la vegetazione aveva bisogno di un intervento capace di preservarne il disegno originario. Il restauro, sostenuto da PwC Italia, ha comportato la rimozione di 165 piante di bosso compromesse, il controllo dell’impianto di irrigazione, la concimazione del terreno e l’inserimento di nuove piante della stessa specie. Queste ultime sono state potate per integrarsi con la geometria già esistente.
L’intervento non si è limitato alla conservazione botanica. Sono stati realizzati anche lavori per migliorare l’accessibilità, intervenendo sul vialetto d’ingresso e predisponendo percorsi pensati anche per le persone con disabilità motoria. Il Labirinto può oggi essere scoperto attraverso le visite organizzate da VisitCini.
La riapertura assume inoltre un significato particolare nel 2026, a quarant’anni dalla morte di Borges, avvenuta a Ginevra il 14 giugno 1986. È quasi come se il giardino tornasse a mostrarsi nella sua forma rinnovata proprio per ricordare che l’universo dello scrittore continua a generare interpretazioni ben oltre la pagina.

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San Giorgio Maggiore, l’altra Venezia da scoprire lentamente
Visitare il Labirinto significa anche raggiungere una Venezia diversa. L’Isola di San Giorgio Maggiore è uno dei luoghi in cui la città sembra cambiare ritmo: il rapporto con l’acqua diventa più evidente, il verde prende spazio e la monumentalità convive con una dimensione contemplativa.
Il parco dell’isola si estende per circa quattro ettari e comprende circa 700 alberi appartenenti a 32 specie diverse, oltre a 400 arbusti. Negli anni la Fondazione Giorgio Cini ha progressivamente lavorato anche sull’accessibilità e sulla gestione sostenibile di questo patrimonio verde.
Accanto al Labirinto, San Giorgio custodisce inoltre i chiostri storici, spazi espositivi e le Vatican Chapels, nate nel 2018 come primo Padiglione della Santa Sede alla Biennale di Architettura e successivamente diventate parte permanente del paesaggio dell’isola. È questa stratificazione a trasformare la visita in qualcosa di più di una semplice deviazione dall’itinerario veneziano tradizionale.
Perdersi come forma di lusso
In una città attraversata ogni giorno da migliaia di persone alla ricerca dei suoi simboli più famosi, il Labirinto Borges propone esattamente il contrario: rallentare, smarrire per qualche istante la direzione e accettare di non sapere immediatamente cosa ci sia dietro la curva successiva.
Forse è proprio qui che risiede il suo fascino contemporaneo. Il lusso non coincide necessariamente con ciò che è esclusivo o appariscente. A volte è poter entrare in un giardino, lasciare fuori il rumore e concedersi il tempo di camminare senza cercare la strada più breve. Borges aveva trasformato il labirinto in una metafora dell’universo e dell’esistenza. A Venezia quella metafora è diventata reale, fatta di terra, foglie e sentieri. E oggi, dopo il restauro, è nuovamente possibile entrarci, perdersi e infine ritrovare l’uscita.

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