Un sogno perduto

La Conchiglia di Gela: addio a un sogno sul mare

La Conchiglia di Gela, simbolo del turismo e della vita mondana degli anni Sessanta, ospitò grandi artisti italiani prima di declinare a causa dell’inquinamento e dell’abbandono. Oggi, dopo decenni di degrado, sarà demolita, segnando la fine di un pezzo importante della storia della città

di Andrea Castelnuovo | 17 Giugno 2026

C’era un tetto azzurro a pois, e sotto quel tetto una città imparava a sognare.

La Conchiglia sorgeva direttamente sul mare, le fondamenta affondate nella sabbia dorata del lungomare di Gela. Non era solo un ristorante, non era solo un lido: era il luogo dove i gelesi andavano a diventare qualcosa di più eleganti, leggeri, festosi. Una di quelle architetture capaci di dare forma alle aspirazioni di un’intera comunità. Aprì prima in legno, poi fu modificata e ampliata, e per decenni rimase il fiore all’occhiello di una città che aveva una gran voglia di novità.

La Perla del Mediterraneo: l’architettura sul mare che anticipò il futuro

La struttura inaugurata nel 1958 deve il suo nome all’enorme cupola a forma di conchiglia che la ricopriva. Ci si accedeva tramite una gradinata e un pontile lungo oltre trenta metri. Era un prodigio per l’epoca: palafitte infisse fino alle argille del fondale, cemento armato e pozzolana bianca per resistere all’umidità e al sale. A idearla furono i fratelli Ventura, che vollero realizzare quello che avrebbero battezzato “Perla del Mediterraneo”. Un nome ambizioso, ma non esagerato.

Foto: Wikimedia Commons (pubblico dominio)

Gli anni d’oro della Conchiglia di Gela: il salotto mondano della Sicilia

Negli anni Sessanta divenne punto di riferimento non solo per la spiaggia, ma per tutto ciò che le ruotava intorno: ricevimenti, veglioni, balli, convegni, mostre, sfilate di moda, festival musicali. Il grande salone, il bar, il ristorante, le cabine per i bagnanti: ogni spazio aveva la sua funzione, ogni sera il suo rituale. C’era chi veniva per il mare e chi veniva per essere visto. Spesso erano le stesse persone.

Sul palco si avvicendavano i più grandi della musica italiana: Mina, Celentano, Gianni Morandi, Lucio Dalla, i Pooh, Domenico Modugno. Il Quartetto Cetra, Massimo Ranieri, Andrea Giordana, Carletto Delle Piane. E a fare da presentatori personaggi come Pippo Baudo, Mike Bongiorno e Corrado, con migliaia di gelesi accalcati attorno alla rotonda. Per una città di provincia siciliana, era qualcosa di straordinario: il mondo che veniva fin lì, sull’acqua, a esibirsi. Non serviva andare a Palermo, non serviva andare a Milano. La grande Italia dello spettacolo passava per Gela, e Gela la accoglieva con il mare intorno.

L’interno del salone principale negli anni ’50. Foto: Wikimedia Commons (pubblico dominio)

Dal petrolchimico al declino: la fine del sogno sul Mediterraneo

Poi arrivò il petrolchimico. Nei primi anni Sessanta, sulla costa gelese vennero attivati gli impianti del più grande petrolchimico d’Europa, che provocò un grave inquinamento sulle coste della città. La battigia appariva costantemente nerastra a causa delle chiazze di petrolio. Il mare che aveva reso possibile La Conchiglia smise di essere invitante. I turisti calarono, le serate si fecero più rare. Cominciò a chiudere i battenti negli anni Ottanta, lentamente, quasi con pudore. Poi il silenzio. Poi il rudere.

Quello che rimane oggi è una sagoma sul lungomare: cedimenti, crepe, pezzi di struttura che il tempo ha già cominciato a portare via da solo. Una demolizione che era già in corso, silenziosa, da decenni.

Ora è arrivata la parola definitiva. La Regione Siciliana ha approvato, attraverso il Genio Civile di Caltanissetta, il documento di indirizzo alla progettazione necessario per procedere alla demolizione. Lo stanziamento supera il milione di euro. Il Comune di Gela ha già dato il proprio assenso, dopo che le relazioni tecniche hanno escluso qualsiasi possibilità di recupero strutturale. 

Memoria collettiva e futuro: che cosa resta della Conchiglia di Gela

Demolire non è solo un atto tecnico. È la chiusura formale di una memoria collettiva, il momento in cui una città smette ufficialmente di sperare che qualcosa possa tornare com’era. La Conchiglia ha incarnato l’illusione felice di una Gela capace di specchiarsi nella bellezza del proprio golfo, prima che la cappa dell’industrializzazione e il successivo declino ne alterassero per sempre il destino. La zona è attualmente interessata da una riqualificazione più ampia, finanziata con fondi ministeriali. Forse nascerà qualcosa di nuovo. Forse il lungomare riavrà una vita.

Ma quel tetto azzurro a pois, quello non tornerà più.

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