Eleganza veneziana

Magnifica Eleganza: a Brescia il Settecento veneziano incontra la moda

Alla Fondazione Zani, Magnifica Eleganza mette in dialogo pittura, abiti settecenteschi, cinema e fotografia per raccontare la moda come linguaggio culturale

di Redazione di Luxury Prêt à Porter | 17 Settembre 2026
Foto: Ufficio Stampa

Prima ancora delle passerelle, delle riviste e della fotografia di moda, esisteva già un modo molto preciso di raccontare chi eravamo attraverso ciò che indossavamo. Nella Venezia del Settecento un abito non era semplicemente un abito: sete, ricami, maschere, volumi e accessori definivano appartenenza, desiderio e posizione sociale. Mentre il potere politico della Serenissima iniziava lentamente a indebolirsi, la sua capacità di influenzare il gusto europeo sembrava invece non conoscere declino. È dentro questo apparente paradosso che si inserisce Magnifica Eleganza. Tiepolo, Longhi e Guardi tra arte e moda, la mostra ospitata fino al 6 dicembre 2026 dalla Fondazione Paolo e Carolina Zani a Cellatica, alle porte di Brescia.

Ideata e coordinata da Massimiliano Capella, l’esposizione parte da un’intuizione particolarmente vicina al nostro modo di intendere il lusso: guardare un dipinto anche attraverso un abito. Oltre quarantacinque opere, tra pittura e disegno, incontrano abiti originali del XVIII secolo, alcuni presentati per la prima volta al pubblico, fino ad arrivare ai costumi creati da Danilo Donati per Il Casanova di Federico Fellini. Il risultato non è soltanto una mostra sulla moda, né esclusivamente un percorso di storia dell’arte. È piuttosto un viaggio dentro l’arte dell’apparire, quando vestirsi significava costruire una presenza e ogni dettaglio poteva raccontare qualcosa.

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Magnifica Eleganza a Brescia: quando i dipinti diventano storia della moda

Osservare Pietro Longhi con questa prospettiva cambia inevitabilmente qualcosa. Nel suo Il Ridotto in Venezia, una delle opere centrali della mostra, la società veneziana sembra quasi sfilare davanti agli occhi: dame avvolte nelle andrienne, grandi panier, gentiluomini in velada, tricorni, maschere, sete e broccati. Il dipinto smette per un momento di essere soltanto una scena settecentesca e assomiglia sorprendentemente a una fotografia di costume. Racconta ciò che si indossava, naturalmente, ma soprattutto come si desiderava essere visti.

È uno degli aspetti più affascinanti dell’esposizione. Longhi, Tiepolo e Guardi diventano quasi cronisti involontari della moda del loro tempo. I loro disegni osservano panneggi, silhouette, maniche e accessori con una precisione tale da sembrare, a distanza di secoli, veri «figurini ante litteram». Il gesto dell’artista e quello del designer finiscono così per avvicinarsi: entrambi studiano il corpo, la proporzione, il movimento e il modo in cui un tessuto modifica la figura.

Tiepolo, Longhi e Guardi: l’eleganza veneziana raccontata attraverso gli abiti

La scelta più interessante di Magnifica Eleganza è però quella di non lasciare la moda imprigionata dentro la tela. Accanto alle opere compaiono abiti originali del Settecento, permettendo di osservare fisicamente ciò che nei dipinti rimane rappresentazione. I volumi dei panier acquistano tridimensionalità, i damaschi mostrano la propria consistenza, mentre velluti, sete e ricami restituiscono quella componente tattile che nessuna immagine può completamente conservare.

L’andrienne disegnata da Longhi trova così un corrispettivo reale; le robe à la française con i caratteristici plis Watteau dialogano idealmente con i fogli di Guardi e Tiepolo, mentre la robe à la polonaise ritorna nelle figure della Veduta di Villa Loredan a Paese di Francesco Guardi. Moda francese e sensibilità veneziana si contaminano, ricordandoci qualcosa che continuiamo a vedere ancora oggi: lo stile non conosce davvero confini, ma viaggia, viene reinterpretato e cambia identità a seconda di chi lo indossa.

Le maschere veneziane in Magnifica Eleganza: vestirsi per essere qualcun altro

Poi ci sono le maschere. Ed è forse qui che il Settecento veneziano appare improvvisamente molto contemporaneo. La Dama con moretta di Pietro Antonio Rotari, insieme alle baute e alle larve che attraversano le scene di Longhi, introduce una riflessione sull’identità e sulla rappresentazione. A Venezia coprirsi il volto poteva significare anonimato, libertà, seduzione, gioco sociale. Nascondersi diventava un altro modo di mostrarsi.

In fondo, la moda continua ancora oggi a vivere dello stesso cortocircuito. Ci vestiamo per raccontarci, ma anche per costruire versioni differenti di noi stessi. Nel Settecento questo gioco assumeva forme teatrali e sofisticate, soprattutto durante il Carnevale e nei Ridotti, luoghi in cui mondanità, gioco e apparenza si confondevano. Guardando quelle figure a tre secoli di distanza, l’impressione è che sia cambiato il guardaroba molto più di quanto siano cambiate certe dinamiche umane.

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Il Casanova di Fellini: i costumi di Danilo Donati tra moda e cinema

Il percorso compie poi un salto temporale e arriva al 1976. È l’anno de Il Casanova di Federico Fellini e dei costumi di Danilo Donati, premiati con l’Oscar nel 1977. Qui l’abito storico smette volutamente di essere ricostruzione filologica. Donati prende il Settecento, lo esaspera, lo reinventa e lo trasforma in immaginario cinematografico: marsine di velluto, grandi panier, sete cangianti e silhouette teatrali diventano parte dell’universo visionario felliniano.

Il confronto con Longhi, Guardi e Tiepolo è particolarmente riuscito proprio perché mostra quanto un’epoca possa continuare a produrre immagini molto tempo dopo la propria fine. Non si tratta più di riprodurre Venezia, ma di immaginarla nuovamente. I costumi provenienti dalla Sartoria Farani diventano così il collegamento tra pittura, moda e cinema, dimostrando come la storia del costume possa continuamente essere riscritta attraverso nuovi linguaggi.

Mustafa Sabbagh e Danilo Donati: il Settecento entra nella fotografia contemporanea

C’è infine un ulteriore passaggio, forse quello visivamente più inatteso. I costumi di Donati incontrano gli scatti di Mustafa Sabbagh, realizzati nel 2014 per il ciclo Trame di Cinema. Il fotografo non tratta gli abiti come reperti da archivio: li riporta sul corpo e li trasforma ancora una volta, affidandoli a figure dal volto celato che sembrano sospese fuori dal tempo.

All’interno della Casa Museo questo dialogo raggiunge uno dei suoi momenti più intensi nella Black Room, dove il nero – cifra riconoscibile della ricerca di Sabbagh e colore importante anche ne Il Casanova – mette in relazione fotografia e costume. Gli abiti assumono quasi la presenza di sculture, mentre le fotografie sembrano sottrarli definitivamente alla dimensione del semplice oggetto di scena. Dal Settecento a Fellini, da Donati a Sabbagh, la stessa idea di eleganza continua così a essere interpretata, deformata e rimessa in circolo.

Magnifica Eleganza alla Fondazione Zani: perché vale la pena vederla

La mostra trova una cornice particolarmente coerente nella Fondazione Paolo e Carolina Zani, nata per conservare, tutelare e valorizzare una collezione che comprende dipinti, sculture, arredi e oggetti d’arte applicata francesi, romani e veneziani del XVII e XVIII secolo. Dal 2026 la Casa Museo dispone inoltre di una nuova sala di circa 100 metri quadrati destinata alle esposizioni temporanee: è proprio questo spazio ad accogliere Magnifica Eleganza.

Attorno alla mostra prende forma anche un programma che amplia il racconto attraverso laboratori, percorsi dedicati ai rituali di bellezza settecenteschi, workshop sul mondo delle fragranze e della cosmesi, appuntamenti Arte & Cicchetti e concerti delle Settimane Barocche di Brescia. È un modo interessante di ricordare che l’eleganza non appartiene mai soltanto agli abiti: comprende gesti, musica, profumi, rituali e modi di stare insieme.

Ed è probabilmente questo il pensiero con cui si esce idealmente da Magnifica Eleganza. Il lusso del Settecento era fatto di sete preziose e ricami, certo, ma anche di tempo, savoir-faire e ritualità. Tre secoli dopo continuiamo a cercare esattamente quelle qualità quando proviamo a definire ciò che rende qualcosa davvero speciale. Forse è per questo che quegli abiti, quelle maschere e quei dipinti non sembrano appartenere soltanto al passato: parlano ancora del nostro desiderio, mai davvero scomparso, di trasformare il modo in cui ci presentiamo al mondo in una forma d’arte.

Foto: Ufficio Stampa

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