
Venezia torna a fare quello che le riesce meglio: mettere in contatto persone, culture e idee che arrivano da lontano. Dall’11 al 12 settembre, la città ospita SEA/SEA International Performance Art Forum 2026, un nuovo appuntamento dedicato alla performance art che riunisce artisti, curatori e operatori culturali del Sudest Asiatico e dell’area Adriatico-Ionica negli spazi della Fondazione Bevilacqua La Masa.
Nato durante i giorni della Biennale di Venezia, SEA/SEA non vuole essere soltanto una rassegna di performance. Il progetto parte dal rapporto tra queste diverse geografie per costruire occasioni di incontro e collaborazione, usando il mare come punto di connessione tra territori, esperienze e sensibilità artistiche. Un primo appuntamento veneziano pensato per dare vita a una rete destinata a crescere anche oltre la laguna.
Venezia come punto di partenza
Il progetto prende vita in collaborazione con la Fondazione Bevilacqua La Masa, storica istituzione veneziana fondata nel 1898 e da sempre vicina alla ricerca contemporanea e alla crescita di nuove generazioni di artisti. La Sala del Camino della sede alla Giudecca sarà il cuore delle due giornate di performance, ma il rapporto con la Fondazione va oltre la scelta di uno spazio espositivo.
SEA/SEA vuole infatti entrare in relazione con la comunità artistica veneziana, coinvolgendo artisti e residenti degli atelier della Fondazione, studenti e operatori culturali. Un modo per evitare che l’internazionalità rimanga soltanto una questione geografica e trasformarla, invece, in un incontro reale con il luogo che la ospita. Dietro il progetto ci sono il curatore e storico dell’arte Thomas Berghuis, lo storico marittimo e curatore Andrea Bonifacio e l’artista e curatore Moe Satt. Tre percorsi differenti che convergono nella volontà di costruire una rete capace di andare oltre le date veneziane.
Berghuis porta con sé oltre venticinque anni di ricerca sulla performance art in Asia e sulla scena internazionale. Nel suo percorso figurano il ruolo di Robert H. N. Ho Curator of Chinese Art al Solomon R. Guggenheim Museum di New York e quello di primo direttore del Museum MACAN di Jakarta. Nel 2015 ha curato il Padiglione di Tuvalu alla 56ª Biennale di Venezia e il suo legame con la Fondazione Bevilacqua La Masa risale al 2020, quando ha curato la Pocket Academy dedicata agli artisti degli atelier della Fondazione.
Moe Satt, artista e curatore originario del Myanmar, è invece una delle figure attive nello sviluppo della performance art contemporanea nel Sudest Asiatico. Nel 2008 ha fondato a Yangon Beyond Pressure International Performance Art Festival e oggi divide il proprio lavoro tra Europa e Sudest Asiatico. Andrea Bonifacio aggiunge al progetto una prospettiva legata alla storia marittima e alle connessioni culturali nate proprio attraverso il mare. È dall’incrocio di questi percorsi che SEA/SEA trova la propria identità.

Due giornate tra corpi, spazio e performance
L’11 settembre, dalle 10 alle 17, la Sala del Camino ospiterà le performance di Tintin Wulia, Lori Lako e Meri Dishnica, insieme agli interventi online di Moe Satt, Yiannis Mitrou e Filippos Tsitsopoulos. Artisti legati a Paesi e contesti diversi, che condividono uno spazio senza essere chiamati a rappresentare semplicemente la propria provenienza. Il giorno successivo, dalle 10 alle 13, il programma continuerà con Francesco Nordio, Chuyia Chia e Natasha Nedelkova, in una giornata dedicata a performance, partecipazione e scambio.
È qui che emerge uno degli aspetti più interessanti del Forum: SEA/SEA non costruisce una mappa dell’arte internazionale fatta di nazioni, ma di connessioni. Indonesia, Malaysia, Myanmar, Albania, Grecia, Italia, Svezia e Macedonia del Nord diventano punti di una rete più ampia, nella quale contano le persone, le esperienze e le pratiche condivise.
Nel pomeriggio del 12 settembre, il percorso si sposterà al Palazzetto Tito di Dorsoduro per l’International Symposium, dalle 16 alle 18. Thomas Berghuis, Vicky Konstantinidis, Andi Tepelena e Andrea Bonifacio dialogheranno con gli artisti Chuyia Chia, Moe Satt, Natasha Nedelkova e Lori Lako sul rapporto tra pratiche locali e translocali, geografie e nuove forme di collaborazione.

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Quando il mare diventa una rete
La domanda da cui parte SEA/SEA è semplice solo in apparenza: cosa può fare oggi la performance art quando gli artisti attraversano i mari per incontrarsi?
La risposta non arriva attraverso una teoria, ma attraverso la presenza: il corpo dell’artista, il pubblico e lo spazio condiviso diventano gli elementi essenziali di un’esperienza che non ha bisogno di rappresentare una cultura per metterla in relazione con un’altra. È forse proprio questa immediatezza a rendere Venezia il luogo ideale per cominciare. Durante la Biennale, quando la città torna a essere uno dei grandi punti di incontro dell’arte contemporanea internazionale, SEA/SEA sceglie di costruire qualcosa che non vuole esaurirsi nell’evento.
L’ambizione è sviluppare nel tempo una rete capace di estendersi dal Mediterraneo all’Oceano Indiano, coinvolgendo Asia, Europa e Africa attraverso programmi di mobilità, nuove performance, collaborazioni e progetti reciproci. Il primo approdo è Venezia. Ma il viaggio, per SEA/SEA, comincia proprio da qui.

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