LEI, quando l’arte ha un volto da donna

Al Palazzo del Governatore oltre 60 opere della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea raccontano più di due secoli di figure femminili, tra grandi maestri e artiste del Novecento

di Redazione di Luxury Prêt à Porter | 5 Settembre 2026
Foto: Ufficio stampa

C’è la donna che guarda altrove e quella che sostiene lo sguardo di chi la osserva. Quella elegante, quasi irraggiungibile, e quella segnata dalla vita. La madre, l’artista, l’aristocratica, l’attrice, la ragazza, la musa. Dal 2 ottobre 2026 al Palazzo del Governatore di Parma saranno loro a prendere la parola.

Si intitola “LEI. Ritratti di donne, da Van Gogh a Modigliani e oltre. Capolavori dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea” la mostra che porta in Emilia un nucleo importante della collezione della Galleria romana, trasformando il ritratto femminile in una lente attraverso cui osservare più di due secoli di storia dell’arte e, insieme, di storia delle donne. Dipinti, sculture, disegni, fotografie e arazzi occupano 13 sale, costruendo un percorso nel quale il volto non è mai soltanto un volto. LEI non è una mostra sulle donne raccontate attraverso un’unica definizione. È piuttosto un insieme di possibilità: tante identità diverse, talvolta lontanissime fra loro, che finiscono per incontrarsi nello spazio della rappresentazione.

Dal volto di Van Gogh alla donna di Modigliani

Entrando nel percorso, si incontrano donne che appartengono a epoche, classi sociali e mondi differenti. C’è la Signora Ginoux, la celebre Arlesiana di Vincent van Gogh, moglie del proprietario del Café de la Gare di Arles. C’è Hanka Zborowska, aristocratica polacca ritratta da Amedeo Modigliani nella Signora dal collaretto, con quella fisionomia allungata e sospesa che rende immediatamente riconoscibile la pittura dell’artista. Poi arriva Luisa Casati, marchesa, collezionista, musa e personaggio fuori da qualsiasi convenzione, restituita da Giovanni Boldini con tutta la sua presenza scenica. E c’è Carminella di Antonio Mancini, una donna di umili origini la cui storia personale è rimasta quasi completamente nell’ombra, mentre il suo volto è sopravvissuto sulla tela.

Il percorso arriva anche a figure che hanno avuto un ruolo concreto nella storia dell’arte. È il caso di Palma Bucarelli, direttrice della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma e protagonista di una stagione decisiva per l’arte italiana del Novecento, ritratta da Alberto Savinio. Accanto a lei, l’immagine dell’attrice Elsa Martinelli interpretata da Giosetta Fioroni porta nel percorso un’altra idea di femminilità, legata alla cultura popolare, al cinema e alla trasformazione dell’immaginario.

Sono presenze diverse, ma nessuna appare davvero passiva. Anche quando nasce dalla fantasia o dalla memoria dell’artista, la figura femminile conserva una propria tensione. Può essere osservata, certo, ma può anche restituire lo sguardo. E proprio questa reciprocità è uno degli aspetti più interessanti della mostra. Tra i lavori più preziosi ci sono anche alcune opere raramente concesse in prestito. Gustav Klimt è presente con raffinati disegni, compreso uno studio per Le tre età della donna, mentre Alberto Giacometti porta a Parma la sua Femme de Venise VI, figura essenziale e quasi primordiale. In Femmes, Man Ray trasforma invece il corpo in qualcosa di enigmatico, lontano dall’idea tradizionale della donna come semplice soggetto da contemplare.

E poi ci sono le artiste. Antonietta Raphaël, Dora Maar, Francesca Woodman, Vanessa Beecroft e Marinella Senatore affrontano il corpo e l’identità da una prospettiva diversa, mettendo in discussione proprio quel sistema di sguardi che per secoli ha fatto della donna uno dei soggetti privilegiati dell’arte.

L’Arlesiana, Van Gogh (1888) Foto: Pinterest

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Una nuova identità femminile

La parte dedicata all’arte italiana tra le due guerre amplia ulteriormente la riflessione. Le opere di Giorgio de Chirico, Gino Severini, Carlo Carrà, Cagnaccio di San Pietro, Antonio Donghi, Achille Funi, Mario Sironi, Renato Guttuso e di scultori come Arturo Martini, Adolfo Wildt, Arturo Dazzi, Giacomo Manzù e Pericle Fazzini restituiscono una femminilità che non coincide più soltanto con il ruolo domestico.

È un passaggio particolarmente interessante perché coincide con anni nei quali l’immagine pubblica della donna viene sottoposta a forti pressioni ideologiche. Nei ritratti emerge invece una dimensione più complessa: donne attraversate da desideri, inquietudini, solitudini e ambizioni. Non sempre dichiarate, non sempre evidenti, ma presenti. La mostra arriva così al tema dell’autodeterminazione senza bisogno di trasformarsi in un manifesto. Lo fa attraverso le immagini. Attraverso il modo in cui un artista decide di rappresentare una donna e, soprattutto, attraverso ciò che quella donna sembra voler restituire a chi la guarda.

Testa di fanciulla, Giorgio de Chirico (1930) Foto: Pinterest

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Van Gogh e le donne che hanno custodito la sua memoria

Il rapporto tra donne e arte diventa ancora più interessante se si esce per un momento dalle sale della mostra e si guarda alla storia di alcuni degli artisti presenti nel percorso. Nel caso di Vincent van Gogh, per esempio, la figura femminile permette di aprire una storia che va oltre le sue tele. Quando si pensa alla sua fama, è facile dimenticare che durante la sua vita il successo fu quasi inesistente. Van Gogh morì nel 1890 senza conoscere la consacrazione che sarebbe arrivata decenni dopo.

A contribuire alla sopravvivenza della sua opera furono due donne. La prima fu Johanna van Gogh-Bonger, moglie di Theo, fratello di Vincent. Rimasta vedova a poco più di trent’anni, Johanna si ritrovò a custodire una quantità enorme di dipinti, disegni e circa settecento lettere. In quelle pagine scoprì un Van Gogh diverso da quello raccontato dalla cronaca: un artista tormentato, certo, ma anche un uomo capace di riflettere ossessivamente sulla pittura, sul colore e sulla possibilità di trasformare la propria esperienza in qualcosa di universale. Johanna non si limitò a conservare quelle opere. Le fece conoscere, organizzò esposizioni, cercò critici e collezionisti, accompagnò lentamente il nome di Vincent fuori dalla cerchia ristretta di chi lo aveva conosciuto. In qualche modo, trasformò una collezione privata in una memoria destinata al futuro.

Accanto a lei c’è Helene Kröller-Müller, la collezionista che contribuì alla nascita di una delle più importanti raccolte di Van Gogh al mondo. Fu introdotta alla sua pittura dal critico Henk Bremmer e rimase colpita non soltanto dalla tecnica, ma dalla dimensione spirituale di quelle opere. Nel corso degli anni acquistò centinaia di lavori dell’artista, contribuendo alla sua progressiva affermazione internazionale. È una storia che dialoga perfettamente con lo spirito di LEI: dietro l’immagine di un grande artista esistono spesso altre figure, altre sensibilità e altre forme di lavoro meno visibili. In questo caso furono due donne a riconoscere, custodire e rendere possibile una parte importante della memoria di Van Gogh.

Self Portrait, Vincent van Gogh (1887) Foto: Pinterest

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Anche le donne di Picasso raccontano qualcosa di noi

Un discorso diverso, ma altrettanto rivelatore, riguarda Pablo Picasso e le donne che attraversarono la sua vita e la sua pittura. Françoise Gilot, Dora Maar, Eva Gouel, Olga Khokhlova, Jacqueline Roque, Gaby Depeyre, Fernande Olivier e Marie-Thérèse Walter non furono soltanto compagne, mogli o muse. Ognuna di loro finì, in modi diversi, dentro il complesso sistema personale e creativo dell’artista. Poi c’erano donne che Picasso trasformò quasi in archetipi: Eva Gouel, idealizzata anche dopo la morte; Marie-Thérèse Walter, giovanissima compagna e madre di sua figlia Maya; Jacqueline Roque, ultima moglie e soggetto di un numero sterminato di ritratti.

Ed è forse proprio qui che LEI trova il suo significato più contemporaneo. Un ritratto non racconta mai soltanto chi viene ritratto. Racconta chi guarda, chi dipinge, il tempo in cui quell’immagine nasce e quello in cui noi torniamo a osservarla. A Parma, dal 2 ottobre 2026 all’8 marzo 2027, più di sessanta opere mettono in scena questo continuo scambio di sguardi. E dopo aver attraversato le sale del Palazzo del Governatore, davanti a quei volti, resta una domanda semplice ma tutt’altro che scontata: quanto di ciò che vediamo in una donna appartiene davvero a lei e quanto, invece, appartiene allo sguardo di chi l’ha raccontata?

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