
Milano torna a incontrare Salvador Dalí, questa volta attraverso un linguaggio che l’artista aveva fatto proprio molto prima che il dialogo tra arte e moda diventasse una consuetudine. Inaugurata il 24 settembre a Palazzo Reale, in concomitanza con la Milano Fashion Week, Dalí e la Moda racconta una dimensione della sua produzione artistica ancora poco esplorata, ma fondamentale per comprendere la complessità di un uomo che ha attraversato il Novecento senza mai riconoscere confini tra le diverse forme della creatività.
Nato diversi anni fa, prima della pandemia, il progetto trova finalmente compimento grazie a una collaborazione tra istituzioni e realtà pubbliche e private, restituendo al pubblico un percorso che intreccia ancora una volta la storia culturale della Spagna con quella dell’Italia. Un legame che, nel caso di Dalí, assume un significato particolare, considerando i rapporti che l’artista ha intrattenuto con il nostro Paese e il ruolo che Milano ha avuto nella valorizzazione della sua opera.
Non è infatti la prima volta che Palazzo Reale dedica i propri spazi al maestro surrealista. Durante la conferenza stampa del 23 settembre, il direttore Domenico Piraina ha ricordato la mostra del 1954, ospitata nella Sala delle Cariatidi, e quella del 2012, dedicata alle diverse fasi della sua produzione. Oggi, a distanza di oltre settant’anni dal primo incontro con la città, l’attenzione si sposta su un aspetto che permette di rileggere l’intera esperienza artistica di Dalí: la moda, intesa non come semplice esercizio estetico, ma come naturale estensione della sua ricerca.
Pittore, illustratore, designer e protagonista di sperimentazioni performative, Dalí aveva intuito che l’arte potesse trovare espressione anche al di fuori dei suoi luoghi tradizionali. Gli abiti, gli accessori, le campagne pubblicitarie e persino la costruzione della propria immagine diventavano strumenti attraverso i quali dare forma a un immaginario che non si esauriva sulla tela. La sua collaborazione con Elsa Schiaparelli, così come quelle successive con altre grandi maison, nasce proprio da questa libertà di pensiero, dalla possibilità di trasferire un’intuizione pittorica su un tessuto, trasformare un oggetto quotidiano in un elemento scultoreo o fare del corpo stesso un’opera d’arte.
È in questa prospettiva che Milano diventa il luogo ideale per accogliere l’esposizione. La città che oggi rappresenta uno dei principali riferimenti internazionali della moda apre le porte, proprio durante la settimana delle sfilate, a un percorso che invita a osservare il settore attraverso la sua dimensione artistica e culturale, ricordando quanto la storia dell’abbigliamento sia stata influenzata dalle sperimentazioni dei grandi protagonisti del Novecento.
La mostra accompagna il visitatore all’interno dell’universo daliniano attraverso disegni, dipinti, fotografie, gioielli e abiti, costruendo un dialogo continuo tra le opere e le creazioni sartoriali. Gli stessi motivi ritornano su supporti differenti, le figure si trasformano, le fantasie pittoriche acquistano volume e diventano oggetti da indossare. È proprio questa continuità a rendere il percorso particolarmente interessante, perché permette di comprendere come la moda non sia stata un episodio marginale nella carriera di Dalí, ma uno dei linguaggi attraverso i quali l’artista ha sviluppato e diffuso la propria visione.
Salvador Dalí e Gala: la moda come costruzione dell’identità
Il percorso espositivo prende avvio dalla dimensione personale dell’artista, attraverso fotografie, documenti e capi d’abbigliamento che raccontano il ruolo della moda nella costruzione dell’immagine pubblica di Salvador Dalí e Gala. Il loro incontro, avvenuto nel 1929, segna un momento fondamentale nella vita del pittore e dà origine a un sodalizio nel quale la ricerca artistica si intreccia progressivamente con una precisa strategia di rappresentazione.
Gala, compagna e collaboratrice, contribuisce in maniera determinante alla definizione dell’identità daliniana, condividendo con l’artista la consapevolezza che anche l’abbigliamento potesse diventare uno strumento di comunicazione. Le fotografie degli anni Trenta e Quaranta, dagli scatti privati realizzati a Portlligat ai ritratti commissionati ai grandi fotografi di moda, documentano questa evoluzione attraverso un’attenta costruzione dell’immagine. Man Ray, Cecil Beaton, Horst P. Horst, George Hoyningen-Huene, George Platt Lynes e Irving Penn sono alcuni dei protagonisti di questa narrazione visiva, nella quale l’abito assume un ruolo fondamentale nel definire la personalità dei soggetti ritratti.
Il guardaroba di Gala, curato con particolare attenzione, comprende creazioni di importanti maison europee e americane, tra cui Elsa Schiaparelli, Christian Dior, Gabrielle Chanel, Pierre Cardin, Givenchy, Gucci ed Emilio Pucci. Quello di Dalí appare invece più eclettico, attraversato da riferimenti differenti che spaziano dagli abiti formali ai costumi teatrali, dalle giacche leopardate agli accessori più eccentrici. Particolarmente significativa è la presenza in mostra di alcuni capi originali appartenuti all’artista, arrivati per la prima volta in Italia, che permettono di osservare da vicino quanto la scelta dell’abbigliamento fosse parte integrante della sua produzione creativa.
Nella sua seconda autobiografia, Diario di un genio, pubblicata nel 1965, Dalí afferma: «La divisa è essenziale per vincere. Rarissime, nella mia vita, le occasioni in cui mi sono avvilito a indossare abiti civili. Vesto sempre l’uniforme di Dalí».
Una dichiarazione che permette di comprendere quanto la sua stravaganza fosse in realtà il risultato di una costruzione consapevole, nella quale il corpo e l’abito diventavano strumenti attraverso cui affermare un’identità artistica riconoscibile.

Il gioiello torna all’uomo: da simbolo di potere a gesto di libertà
Elsa Schiaparelli e Dalí: il Surrealismo incontra l’alta moda
Tra i capitoli centrali dell’esposizione emerge la collaborazione con Elsa Schiaparelli, iniziata nel 1936 e destinata a lasciare un’impronta profonda nella storia dell’alta moda. La stilista italiana, strettamente legata agli ambienti surrealisti parigini, riconosce in Dalí un interlocutore capace di trasferire le suggestioni della pittura all’interno della creazione sartoriale, dando vita a capi nei quali l’abito supera la propria funzione tradizionale.
Il primo risultato di questa collaborazione è l’Abito-Cassetti, presentato nella collezione Haute Couture Autunno-Inverno 1936-1937. Il tailleur, caratterizzato da tasche che assumono la forma di piccoli cassetti, riprende uno dei motivi ricorrenti nella produzione dell’artista, già presente nella Venere di Milo a cassetti, trasformando un elemento dell’immaginario pittorico in un dettaglio da indossare. Seguono l’Abito Aragosta del 1937, l’Abito Scheletro e l’Abito Lacrima, entrambi appartenenti alla collezione Circus del 1938. Creazioni che introducono nella moda elementi anatomici, figure animali e suggestioni oniriche, mettendo in discussione le convenzioni estetiche dell’epoca e aprendo nuove possibilità espressive.
Il percorso espositivo di Palazzo Reale permette di comprendere la continuità tra le opere pittoriche e le creazioni sartoriali, lasciando dialogare gli stessi motivi attraverso materiali e linguaggi differenti. I cassetti, le figure anatomiche e gli elementi naturali appartengono a un repertorio visivo che attraversa l’intera produzione daliniana, dimostrando come un’intuizione artistica possa assumere forme differenti senza perdere la propria identità. L’eredità di questa collaborazione continua a essere riconoscibile anche nella Schiaparelli contemporanea, dove Daniel Roseberry reinterpreta l’immaginario surrealista attraverso anatomie alterate, elementi scultorei e dettagli tridimensionali, dimostrando quanto il linguaggio di Dalí continui a influenzare la moda a distanza di quasi un secolo.

L’Arabesque. Nero, trama di connessioni
Dalí tra Vogue, Harper’s Bazaar e pubblicità: l’arte sulla carta stampata
Il rapporto di Dalí con la moda si sviluppa anche attraverso l’illustrazione e la comunicazione pubblicitaria, ambiti nei quali l’artista individua nuove possibilità per diffondere il proprio linguaggio visivo e raggiungere un pubblico più ampio. Nel 1935 realizza per Harper’s Bazaar una delle sue prime illustrazioni di moda, pubblicata con il titolo Dream Fashions by Salvador Dalí. L’opera raffigura due figure femminili immerse in un paesaggio onirico, avvolte in abiti da sera dalle forme insolite, mentre i volti rimangono nascosti, invitando il lettore a immaginare sé stesso all’interno delle creazioni.
Il motivo della donna con la testa composta da fiori, presente in questa illustrazione, diventerà uno degli elementi più ricorrenti nell’immaginario surrealista legato alla moda. Negli anni successivi Dalí collabora anche con Vogue, per la quale realizza illustrazioni e dipinti che dimostrano quanto il confine tra editoria e produzione artistica fosse ormai diventato permeabile. Nel numero del 15 marzo 1937 viene invitato, insieme a Giorgio de Chirico e Pavel Tchelitchew, a reinterpretare alcune creazioni selezionate dalla rivista, mentre nel settembre 1943 viene pubblicato il dipinto Dalí Eyes Fashion for Vogue. Quest’ultima opera raffigura due donne dai volti privi di lineamenti, simili a manichini da vetrina, che indossano creazioni delle stiliste americane Nettie Rosenstein e Adele Simpson. Gli abiti costituiscono gli unici elementi riconoscibili come reali all’interno di un paesaggio desertico popolato da frammenti di architettura classica.
La moda diventa così parte integrante della composizione pittorica, assumendo un valore che supera quello della semplice rappresentazione di un prodotto. Negli anni Quaranta Dalí amplia ulteriormente la propria attività realizzando campagne pubblicitarie per diversi marchi, da Schiaparelli a Bryans Hosiery, dimostrando di aver compreso le potenzialità della comunicazione commerciale come ulteriore mezzo di espressione artistica.

I tessuti daliniani: quando la pittura diventa materia
Nel secondo dopoguerra, mentre il design tessile europeo e americano attraversa una fase di profonda trasformazione, Dalí inizia a trasferire il proprio repertorio surrealista anche sui tessuti. A partire dal 1946 realizza disegni per la Wesley Simpson Custom Fabrics di New York, sviluppando fantasie caratterizzate da donne con teste floreali, muri di mattoni a vista, rocce adornate da occhi, uccelli, frecce, chiavi e mosche.
L’arrivo dei nuovi materiali sintetici e la diffusione della produzione industriale favoriscono in quegli anni una maggiore circolazione delle sperimentazioni artistiche, permettendo a motivi fino ad allora legati alla pittura di entrare nel mercato internazionale dell’abbigliamento.
Alcuni dei tessuti disegnati da Dalí vengono utilizzati da importanti stilisti americani, tra cui Adrian, uno dei costumisti più influenti dell’età d’oro di Hollywood. Anche in questa sezione, il dialogo tra opere e materiali consente di osservare come l’artista abbia sviluppato un linguaggio riconoscibile, capace di mantenere la propria identità indipendentemente dal supporto utilizzato.
La ripetizione degli stessi elementi nei dipinti, nelle illustrazioni e nelle fantasie tessili restituisce una visione organica della sua produzione, nella quale ogni disciplina contribuisce ad ampliare le possibilità espressive delle altre.

Il Sogno di Venere: Dalí tra moda, scenografia e performance
Un altro capitolo particolarmente significativo è dedicato al Sogno di Venere, il padiglione surrealista realizzato da Dalí per l’Esposizione Universale di New York del 1939.
L’artista concepisce un ambiente immersivo nel quale architettura, scenografia, costumi e performance vengono progettati come elementi di un’unica esperienza artistica. Ogni aspetto del padiglione, dalla struttura della grotta agli abiti indossati dalle performer, contribuisce alla costruzione di un universo visivo che sembra prendere forma direttamente dai suoi dipinti.
Nell’area subacquea, modelle vestite da sirene nuotano all’interno di un acquario, dando vita a una sorta di vetrina vivente che richiama le fotografie di moda subacquea pubblicate da Vogue nel gennaio dello stesso anno e realizzate dalla fotografa americana Toni Frissell. La progettazione dei costumi prevede inoltre sessioni fotografiche con modelle che indossano abiti realizzati con elementi ispirati ai frutti di mare. Gli scatti, eseguiti da Horst P. Horst e George Platt Lynes sotto la supervisione di Dalí e Gala, vengono successivamente utilizzati dall’artista per disegnare direttamente sulle immagini i dettagli delle creazioni. Alcune di queste soluzioni sono state riprese anche nelle collezioni recenti di Schiaparelli, confermando la continuità tra le sperimentazioni surrealiste e il linguaggio della moda contemporanea.
Il Sogno di Venere permette di comprendere quanto Dalí avesse già sviluppato una concezione dell’arte vicina a quella delle esperienze immersive contemporanee, nella quale il pubblico non si limita a osservare un’opera, ma entra fisicamente all’interno dell’universo immaginato dall’artista.

L’occhio che misura il tempo: Dalí, il gioiello e l’ossessione dell’eterno
Paco Rabanne e Dalí: la moda performativa degli anni Sessanta
Il percorso espositivo prosegue attraverso gli anni Cinquanta e Sessanta, quando Dalí si avvicina alle sperimentazioni della moda performativa, trovando nelle creazioni di Paco Rabanne un nuovo terreno di ricerca. Tra il 1966 e il 1969 organizza una serie di azioni a Portlligat, Cadaqués, Barcellona e Parigi, coinvolgendo modelle che indossano gli abiti dello stilista spagnolo.
Rabanne aveva presentato nel febbraio 1966, all’Hotel George V di Parigi, la sua prima collezione, intitolata 12 abiti impossibili da indossare in materiali contemporanei. Le creazioni erano composte da dischi e placche di metallo o plastica assemblati attraverso anelli metallici, introducendo nel linguaggio dell’alta moda materiali fino ad allora estranei alla tradizione sartoriale. Dalí, affascinato dalle possibilità espressive dei materiali industriali, riconosce in queste sperimentazioni una naturale prosecuzione delle proprie ricerche.
Durante alcune performance, gli abiti vengono indossati da modelle come Donyale Luna, Elsa Peretti e Amanda Lear, collaboratrici e amiche dell’artista, mentre Dalí interviene direttamente sulle creazioni attraverso sessioni di pittura. La vernice spruzzata sugli abiti trasforma così il capo in un’opera unica, risultato dell’incontro tra il gesto artistico, il corpo e il movimento.
La collaborazione con Rabanne rappresenta un ulteriore passaggio nella ricerca di Dalí, che attraverso la moda sperimenta nuove modalità di espressione, anticipando quella dimensione performativa che diventerà centrale nelle presentazioni e nelle sfilate contemporanee.
Dalí e la moda contemporanea: un immaginario che attraversa il tempo
Uno degli aspetti più interessanti dell’esposizione è la capacità di costruire un dialogo continuo tra passato e presente, mostrando come l’immaginario daliniano abbia attraversato il Novecento senza esaurirsi.
Gli occhi, le labbra, le mani, le figure anatomiche e gli elementi naturali che ricorrono nella sua produzione vengono progressivamente sottratti alla loro funzione originaria per diventare simboli, accessori, motivi decorativi e strutture sartoriali. Sono elementi che ritornano continuamente nelle sale, passando dai dipinti alle fotografie, dai gioielli agli abiti, creando una continuità visiva che rende il percorso particolarmente efficace.
La mostra permette così di osservare non soltanto le collaborazioni sviluppate direttamente dall’artista, ma anche il modo in cui la sua visione abbia continuato a influenzare le generazioni successive. È soprattutto nel confronto tra le opere storiche e le creazioni contemporanee che emerge la straordinaria attualità del suo linguaggio. Le sperimentazioni con Schiaparelli, i tessuti surrealisti e le performance realizzate con Paco Rabanne non appartengono esclusivamente al passato, ma costituiscono ancora oggi un riferimento per una moda che continua a interrogarsi sul rapporto tra corpo, identità e rappresentazione. Dalí aveva compreso che la moda, proprio per la sua natura mutevole, poteva diventare uno dei mezzi più efficaci attraverso cui mantenere viva la propria ricerca artistica, permettendo alle immagini di trasformarsi e adattarsi a contesti differenti.

Dalí e la Moda a Palazzo Reale: comprendere l’artista oltre la sua eccentricità
Visitare Dalí e la Moda significa confrontarsi con una dimensione dell’artista che permette di superare la rappresentazione più immediata della sua figura pubblica. I baffi, le provocazioni, gli abiti eccentrici e le apparizioni costruite con estrema attenzione hanno contribuito a renderlo uno dei personaggi più riconoscibili del Novecento, ma costituiscono soltanto una parte di una ricerca molto più articolata.
Il percorso di Palazzo Reale restituisce la profondità di un artista che aveva compreso come la moda potesse diventare uno strumento attraverso cui esprimere la propria identità, diffondere un linguaggio visivo e costruire nuove relazioni tra le discipline artistiche.
Particolarmente riuscita è la scelta di lasciare dialogare pittura e abbigliamento senza stabilire gerarchie, permettendo al visitatore di riconoscere gli stessi motivi nelle opere e nelle creazioni sartoriali. L’accostamento tra dipinti, fotografie, disegni, tessuti e abiti rende evidente come ogni sperimentazione appartenesse a un unico universo creativo, nel quale la moda non rappresentava un’attività secondaria, ma una componente fondamentale della produzione daliniana. La mostra offre inoltre l’opportunità di comprendere quanto la figura di Gala sia stata centrale nella definizione di questo universo, contribuendo alla costruzione di un’identità condivisa che attraverso l’abbigliamento e la fotografia è diventata parte integrante della storia dell’artista.
In un momento in cui il rapporto tra moda e arte è al centro di numerose sperimentazioni contemporanee, l’esposizione milanese invita a riscoprire uno dei protagonisti che più di altri aveva intuito le possibilità di questa contaminazione. Un percorso che, attraverso la ricchezza delle opere e la continuità dei riferimenti visivi, restituisce a Dalí la complessità di un artista capace di muoversi liberamente tra linguaggi differenti e di costruire un immaginario destinato a sopravvivere alla propria epoca. Ed è proprio questa capacità di continuare a generare nuove interpretazioni, a distanza di decenni, a rendere la sua opera ancora profondamente contemporanea.















