
Purezza, castità, perfezione. Ma anche superbia, freddezza e oppotunismo: il bianco nel corso della storia ha assunto significati diversi, spaziando da una naiveté verginale alla manipolazione più spietata. È significativo quindi che il colore del 2026 selezionato, come da tradizione, da Pantone sia proprio Cloud Dancer, una sfumatura nivea che nelle parole dell’azienda statunitense va a simboleggiare una pagina voltata, una tela vuota, pronta per accogliere tutti gli schizzi di colore dell’anno venturo. Andiamo allora ad analizzare le diverse nuance di questa “ballerina delle nuvole”, attraverso alcune delle figure femminili della cultura pop che ne hanno fatto un vero e proprio simbolo di eleganza senza tempo.
Natasha Naginsky: la perfezione del bianco
“Your girl looks lovely, Hubbel” dice Carrie a Mr Big, facendo cenno alla fidanzata venticinquenne di quest’ultimo, Natasha. Una citazione nella citazione, infatti Carrie con questa battuta fa riferimento alla Barbra Streisand di Come eravamo, pellicola di Sydney Pollack che esplora il rapporto complesso tra la Streisand e l’indimenticato Robert Redford. E Natasha è proprio questo: lovely, adorabile nei suoi completi bianchi dalle linee semplici, in tessuti leggeri e ariosi. La prima volta che incontriamo Natasha, interpretata con grande portamento da Bridget Moynahan, è a una festa negli Hamptons in compagnia di Mr Big, e indossa un completo di lino bianco di una semplicità che non conosce stagioni. Tutto il contrario di Carrie, dallo stile estroso e la chioma indomita, sessuale più che sensuale, istintiva e mai composta. Natasha e il bianco che indossa sono per Carrie un tutt’uno, simbolo di una perfezione e di un portamento per lei inarrivabili: d’altronde, la moda è per Carrie un linguaggio, mezzo di espressione in quanto tale, che le permette di comprendere il mondo e farsi comprendere a sua volta. E il significato di ciò che lo stile di Natasha comunica è chiarissimo, tanto a Carrie quanto allo spettatore: una donna senza macchia, pura e semplice nella sua essenza di eterna fidanzatina d’America.

Madeleine/Judy: l’inganno della purezza
Di tutt’altro segno il bianco indossato da Kim Novak in Vertigo: un cappotto latteo, a contrasto col dolcevita nero, che fa pendant con la chioma biondo platino portata dalla grande attrice. È proprio questo il look che Hitchcock fa indossare a Kim nella scena madre che vede coinvolti la sua Madeleine e Scottie, interpretato magistralmente da James Stewart, un detective privato inviato da una sua vecchia conoscenza a indagare sui comportamenti bizzarri della moglie.

Alla caduta in amore di Scottie segue la caduta in acqua di Madeleine, tra i flutti della baia di San Francisco: il salvataggio è certo (siamo ancora a inizio film) e l’avvicinamento tra i due è inevitabile, così come la tragedia. Infatti, Madeleine non esiste: o, meglio, non è chi dice di essere. Madeleine è in realtà Judy, scarmigliata attrice dai capelli castani e gli outfit verde bosco, assoldata dall’amico di Scottie per intrepretarne la moglie, tassello di un complicato piano per uccidere la compagna ed ereditarne la fortuna. Il bianco è quindi tutta costruzione, una facciata per un edificio inesistente, realizzato ad hoc per alimentare un sogno, un ideale di femminilità destinato a morire. Il bianco passa così dall’essere segno di eleganza e status sociale a diventare simbolo di irrealtà, illusione e, soprattutto, pericolo.

Catherine Trammel: il pericolo alla luce del Sole
Sfacciata, arrogante, erotica: Sharon Stone in Basic Instinct è la femme fatale per eccellenza, seducente come il fumo di una sigaretta. E non è un caso che il regista Paul Verhoeven abbia scelto di far indossare alla diva indumenti di un bianco abbagliante, un candore che maschera l’ambiguità di un personaggio tutt’altro che superficiale. Celebre la scena dell’interrogatorio di Stone, indagata per l’omicidio del suo amante: la divina ondeggia sul posto, oscillando sulla poltrona girevole in una sequenza di strabiliante carica sensuale. Innocenza sfacciata, quella di Stone, il cui look in questa scena non a caso è un rimando diretto a quello della già citata Kim Novak in Vertigo: un bianco che qui però va a lavorare ancora più esplicitamente sul rapporto tra donna reale e donna immaginata, realtà e fantasia, rendendo Sharon Stone un incubo ad occhi aperti.

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Un colore che non è un colore
Il bianco è un colore che li contiene tutti: è stato Newton a scoprire che un fascio di luce bianca “non è un’entità pura e uniforme, ma una mescolanza eterogenea di tutti i colori dello spettro”. Allo stesso modo, Cloud Dancer di Pantone risponde alle superfici e inclinazioni di ciò che incontra, proprio come un prisma: Natasha, Madeleine e Catherine, ma potremmo annoverarne tantissime altre di dame in bianco, sono tutte facciate dello stesso solido mutaforme, espressione di una femminilità tutt’altro che monolitica, capace di parlare ancora al contemporaneo con il linguaggio inesauribile della moda.
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