LA MODA CHE SFIDA IL CLIMA

Chaude Couture: quando la moda sfida il clima

Chaude Couture è un progetto esposto alla Biennale d’architecture et de paysage d’Île-de-France 2025 che reinterpreta l’impermeabile in chiave sostenibile

Foto: Davide Carson

Il cambiamento climatico non influenza solo le città e i paesaggi, ma anche il modo in cui ci vestiamo. Lo dimostra Chaude Couture, uno dei progetti più originali della Biennale d’architecture et de paysage d’Île-de-France 2025, all’interno dell’esposizione “Quatre degrés Celsius entre toi et moi” curata da Philippe Rahm e Sana Frini. Il progetto parte da un dato allarmante: entro il 2100 la temperatura in Francia potrebbe aumentare di 4°C, con piogge torrenziali sempre più frequenti, come dimostra il record di precipitazioni del 2024 a Parigi, l’anno più piovoso dal 1873.

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Foto: Davide Carson

Indossare il paesaggio: una risposta poetica alla crisi climatica

Chaude Couture propone un nuovo modo di concepire l’abbigliamento per rispondere alle trasformazioni ambientali. Non più semplici capi impermeabili in plastica – spesso nociva per la salute e l’ambiente – ma indumenti realizzati con materiali naturali come la paglia di riso, da secoli utilizzata in Asia per creare capi resistenti all’acqua. L’obiettivo è ripensare l’impermeabile come forma ibrida tra abito, rifugio e architettura, capace di proteggere e dialogare con l’ambiente.

Foto: Davide Carson

Il progetto nasce dallo studio fabulism, fondato da Giulia Pozzi e Mirko Andolina, e si inserisce nel loro approccio chiamato climactivity, una visione che mescola moda, architettura e paesaggio per creare spazi e oggetti sensibili alle mutazioni climatiche. In collaborazione con Barbisio – Cappellificio Cervo, storica maison di cappelli artigianali di Biella, è stato realizzato anche un cappello-scultura che fonde estetica, funzione e sperimentazione.

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Un manifesto tra moda e sostenibilità

Chaude Couture è una provocazione visiva e concettuale: i capi, esposti su manichini, assumono la forma di micro-shelter che evocano cupole leggere e strutturate. Ogni pezzo diventa un manifesto, un invito a “indossare il paesaggio” e a rivedere il nostro rapporto con il corpo, la natura e la città.

“Non si tratta solo di proteggersi dalla pioggia,” suggerisce il progetto, “ma di abitare poeticamente il cambiamento”.

Foto: Davide Carson

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