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Il Whisky del Sol Levante oggi piace anche agli scozzesi

Un tempo sottovalutato oggi è tra i migliori al mondo e insidia il primato occidentale

Servite un bicchiere di ottimo whisky giapponese a un medio appassionato di distillati scozzesi. Occultate l’etichetta della bottiglia, tenetelo all’oscuro della sua provenienza. Lo gusterà con l’ingordigia sofisticata di chi fa del rito del bere bene un privilegio. Ma quando gli rivelerete che è frutto dell’ingegno del Sol Levante, salterà sulla sedia. “Whisky dal Giappone?”, si chiederà, contraendo la mascella in una maschera che lo renderà simile a un napoletano a cui è stato appena rivelato di aver assaggiato una pizza neozelandese. Sono gli inconvenienti del purismo dogmatico: quando è applicato a cibi e prodotti portabandiera di una spiccata rilevanza geografica, c’è poco spazio per il relativismo culturale. E però il Giappone da tempo ha fatto breccia nel cuore degli amatori di bevande d’alta classe. Di più. Il whisky giapponese sta vivendo la sua età dell’oro.

Frutto di un sincretismo tra una maniacale ricerca di perfezione e un’estetica capace di entrare nell’immaginario collettivo con tinte di esotismo, pionierismo, resistenza ai luoghi comuni

Oggi le sue bottiglie sono molto richieste in Occidente, la produzione fatica a stare al passo con una domanda crescente che non conosce crisi e abbraccia uno spettro di consumo ampio, a portata di tutte le tasche. Con picchi da capogiro. Una bottiglia di Yamazaki invecchiato 50 anni, prodotto dall’etichetta Suntory, è stata venduta all’asta per la cifra record di 343.000 dollari. Scalzando il primato mondiale di prezzo raggiunto per una bottiglia di whisky standard, non appartenente a edizioni celebrative. Nel 2017, il Giappone ha vinto alcuni noti premi di settore, il “World’s Best Blended Whisky”, “World’s Best Grain Whisky”, e “World’s Best Single Cask Single Malt Whisky” ai World Whiskies Awards e ha saputo ripetersi nel 2018 migliorandosi con il “World’s Best Blended Limited Release”. Merito del sincretismo tra una maniacale ricerca di perfezione e un’estetica capace di entrare nell’immaginario collettivo con tinte di esotismo, pionierismo, resistenza ai luoghi comuni. Fede, dedizione, sperimentazione, il crederci quia absurdum.

 

whisky giapponese

Whisky giapponese: la storica rivalità tra Nikka e Suntory

La storia del whisky giapponese ha radici piuttosto giovani – collocate all’inizio del ‘900 – corroborate dalla rivalità tra due aziende che ricorda la disfida ciclistica tra Coppi e Bartali: la Suntory e la Nikka Whisky. Nel panorama variegato delle produzioni giapponesi, sono i due nomi più popolari. Ma sarebbe stato impossibile imbastire una storia di successo senza un profeta la cui biografia è destinata ad ammantarsi di aneddotica leggendaria. Il profeta si chiama Masataka Taketsuru. Nato nel 1894 a Takehara, nei pressi di Hiroshima, nel 1918 si trasferì in Scozia per studiare chimica organica all’Università di Glasgow. Non era una novità per i tempi. Il Giappone si era da diversi decenni aperto al mondo occidentale, intuendo come uno studiato mix di tecnica europea e spirito nipponico avrebbe garantito idee per sviluppare la propria economia elevandola al rango di prima potenza del Pacifico.

Il giovane Masataka iniziò a frequentare la famiglia alto borghese dei Cowen, diventando il precettore di arti marziali del rampollo Campbell. Neanche quello era un inedito. Già alla fine dell”800, sir Arthur Conan Doyle, plasmando il suo eroe letterario Sherlock Holmes, gli attribuì la specializzazione nel “Bartitsu”, tecnica di combattimento scientifica, nata dalla fusione tra arti marziali e pugilato inglese, che certificava la fascinazione britannica per la nobiltà guerresca dell’estremo oriente. Campbell Cowen aveva una sorella maggiore, Rita. Masataka si innamorò di lei e, come nel più classico intreccio da feuilleton, la sposò nel 1920. Insieme tornarono nella terra del Crisantemo, cercando di trasformare un vecchio pallino di Taketsuru in realtà: creare una gamma di whisky capace di rivaleggiare con le più famose produzioni scozzesi.

 

Quest’ambizione trovava terreno fertile. Nel 1923, il signor Shinjiro Torii fondò la Yamazaki, la prima distilleria commerciale giapponese di whisky di malto. La compagnia di Torii, la Kotobukiya (l’odierna Suntory) produceva diverse merci, dal vino al dentifricio, espedienti economici per finanziare un sogno: superare l’Occidente nella creazione di whisky pregiato. Torii assunse Masataka Taketsuru nell’azienda, sfruttandone le competenze maturate in Scozia. A Taketsuru fu affidata la gestione del ciclo produttivo. Ma due galli nel pollaio erano destinati a scontrarsi. Taketsuru voleva un whisky dal sapore intenso e pervasivo. Torii pensava a bevande eleganti, ma delicate, compiacenti verso il palato dei suoi connazionali, foraggiato da secoli di sake. Nel 1934, con un gruppo di investitori, Taketsuru si mise in proprio. Fondò la sua distilleria a Hokkaido, la Yoichi – la futura Nikka – attingendo dall’eccellente materia prima a disposizione nel Paese.

Arrivò il 1939, l’imperatore Hiroito entrò a gamba tesa nel secondo conflitto mondiale. Le due compagnie approfittarono del confronto bellico con profitto: il whisky era la bevanda più richiesta dai soldati al fronte. Suntory e Nikka potevano confrontarsi senza bisogno di ingenti operazioni di marketing. Anche a guerra finita, nel 1945, nonostante le disastrose condizioni economiche della ricostruzione, il consumo di whisky non diminuiva, complice la presenza di forze armate statunitensi assetate sul suolo nipponico. I decenni successivi garantirono alle due aziende, con correttivi e esperimenti costanti, l’egemonia sull’Arcipelago.

whisky giapponese

 

Ma il mondo non era ancora stato conquistato. E nei rampanti anni ’80 rischiò addirittura di allontanarsi. La moda dello shochu, un distillato di riso tipico, aveva avuto il sopravvento, innescando una spirale nefasta che ridusse del 60% la produzione nazionale di whisky. Fino ai primi anni del Duemila, quando un’attenzione alle strategie promozionali, un’estetica delle bottiglie in grado di permeare l’immaginario con l’eleganza innovativa di chi persegue un egotismo visuale lontano, catturò l’occhio dei critici internazionali di settore. Il resto è storia recente, con una cattura degli avamposti europei e americani che strappererebbe più di un applauso al signor Masataka Taketsuru, morto nel 1979, oggi sonnecchiante osservatore dalla terra di Yomi, l’aldilà secondo la cultura shintoista.

 

Gabriele Gambini

Foto credit: Suntory

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