
C’è un fotogramma, all’inizio di Persona di Ingmar Bergman, che sembra appartenere al 2026: due volti femminili che si fondono in uno solo, i lineamenti che si sovrappongono fino a diventare indistinguibili. Era il 1966 quando il regista svedese girava quello che lui stesso avrebbe definito il punto più lontano a cui fosse mai arrivato nella sua filmografia. Sessant’anni dopo, quell’immagine due identità che collassano l’una nell’altra non ha perso un grammo della sua urgenza. Anzi: viviamo, oggi, dentro la sua profezia, in un’epoca in cui il concetto di identità digitale rende la maschera junghiana di Bergman più attuale che mai.
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Il silenzio come atto di ribellione
La trama, in apparenza, è minima. Un’attrice affermata, Elisabet Vogler, smette improvvisamente di parlare durante una rappresentazione teatrale. Nessuna causa organica, nessuna diagnosi che tenga. Viene affidata alle cure di una giovane infermiera, Alma, e le due donne si trasferiscono in una casa isolata sulla costa svedese per la convalescenza. Lì, nel tempo sospeso dell’isolamento, accade qualcosa di più inquietante di qualunque trama: i confini tra le due donne cominciano a sfaldarsi. Alma parla, confessa, si espone; Elisabet osserva, assorbe, si nutre del racconto altrui senza restituire nulla. Il potere, in questa dinamica silenziosa, cambia continuamente di mano.
Bergman lavorava, in quegli anni, sull’onda della sua cosiddetta trilogia della fede, ma con Persona compie un salto ulteriore: abbandona la ricerca di Dio per interrogare qualcosa di più intimo e forse più terrificante, l’impossibilità di conoscere davvero un altro essere umano o se stessi. Il titolo non è casuale. Nella psicologia junghiana la “persona” è la maschera sociale che ciascuno indossa fin dalla nascita, il compromesso necessario tra l’individuo e il mondo che lo circonda: ci avvicina agli altri, ma proprio per questo ci impedisce di mostrarci per quello che siamo, rendendo l’intimità autentica quasi impossibile.
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Un’attrice che non recita più
Il paradosso al cuore del film è tutto qui: un’attrice, cioè una donna il cui mestiere consiste nell’indossare volti altrui, sceglie il silenzio nel momento esatto in cui dovrebbe reggere il proprio ruolo più pubblico. È un gesto che si potrebbe leggere come uno sciopero dell’identità performata. Elisabet si rifiuta di continuare a produrre la propria immagine per un pubblico che la consuma. Bibi Andersson e Liv Ullmann, entrambe attrici feticcio del regista, danno corpo a questa dialettica con un’intensità che il critico e storico del cinema Thomas Elsaesser paragonò, per la sua complessità interpretativa, a una sfida tra le più ardue mai affrontate dalla critica cinematografica.
Non è un caso che la fotografia in bianco e nero di Sven Nykvist, collaboratore storico di Bergman, insista su primi piani che spingono lo spettatore dentro la pelle delle due protagoniste, fino al celebre fotogramma composito in cui i loro volti diventano letteralmente uno. Il cinema, qui, smette di raccontare una storia e diventa esso stesso oggetto della propria indagine: nella pellicola compare persino un momento in cui l’immagine si “rompe”, bruciando come se il proiettore stesso si inceppasse, a ricordarci che stiamo assistendo a una costruzione, a un artificio proprio come le identità che i due personaggi indossano l’una davanti all’altra.
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Dal cottage svedese al feed infinito
Se Persona continua a parlarci con tanta violenza è perché la domanda che pone chi sono io quando nessuno mi guarda, e chi divento quando qualcuno lo fa è la stessa domanda che oggi ciascuno di noi affronta ogni volta che apre un’applicazione. Viviamo immersi in un regime di visibilità permanente in cui la persona junghiana non è più un’eccezione teatrale riservata alle attrici, ma la condizione ordinaria di chiunque abbia un profilo pubblico. Costruiamo versioni curate di noi stessi, le esponiamo, le confrontiamo, e finiamo come Alma nel film per confondere la maschera con il volto, il racconto con la vita vissuta.
C’è poi un secondo livello di lettura, ancora più affilato per chi lavora nella moda e nell’editoria di lusso, mondi fondati sulla costruzione di immagini desiderabili. Il silenzio di Elisabet può essere riletto come un atto di resistenza estetica in un’epoca in cui il rumore visivo è diventato la norma: mentre l’algoritmo premia chi produce contenuto senza sosta, la sua scelta di sottrarsi appare quasi sovversiva. È la stessa tensione che oggi attraversa il concetto di “quiet luxury”: non l’assenza di identità, ma il rifiuto di esibirla in modo compulsivo, la scelta di lasciare che sia il silenzio, la sottrazione, a comunicare più di qualsiasi logo.
Bergman non offre soluzioni consolatorie. Il film si chiude come si apre, con l’immagine grezza del proiettore e della pellicola, senza risolvere la domanda su chi delle due donne abbia davvero “vinto” la fusione delle identità o se abbia senso, in fondo, parlare di vittoria. È un finale che rifiuta la catarsi, e proprio per questo resta scomodo, contemporaneo, necessario.
Guardare oggi Persona significa quindi fare i conti con un interrogativo che il nostro tempo ha reso ancora più urgente di quanto non fosse nel 1966: quanto della nostra identità digitale è ancora “nostra”, e quanto è già diventato come per Elisabet e Alma un volto che indossiamo così a lungo da non riuscire più a distinguerlo dal nostro.













