Moda & cinema

Method dressing: quando il cinema si indossa

Sai di cosa si parla? Te lo raccontiamo noi. E sì, lo fanno (quasi) tutti gli attori.

di Redazione di Luxury Prêt à Porter | 27 Dicembre 2025
Foto: Lisa / AFF-USA / Shutterstock / IPA Agency

Non è solo moda, non è solo promozione. È un linguaggio silenzioso che parla di identità, potere e immaginario collettivo. E oggi più che mai, sul red carpet, gli abiti raccontano storie prima ancora dei film.

C’è un momento preciso in cui il cinema smette di restare confinato allo schermo e comincia a farsi corpo, gesto, superficie. Un momento in cui la moda non accompagna più un film, ma lo interpreta. Era il 1992 quando Geena Davis si presentò sul red carpet della première di Ragazze vincenti indossando un tubino bianco attraversato da cuciture rosse, disposte come le impunture di una palla da baseball. Un dettaglio tutt’altro che decorativo: il film raccontava la nascita di una squadra di baseball femminile e quell’abito, senza dirlo esplicitamente, ne era già la sintesi visiva.

Per la prima volta, l’immaginario cinematografico usciva dalla sala per diventare abito da indossare. Nasceva così il method dressing: la pratica di vestire seguendo il tema, il personaggio, l’universo narrativo del film di riferimento, creando un ponte simbolico tra passerella e pellicola, tappeto rosso e grande schermo.

Dal red carpet alla narrazione: vestirsi per raccontare una storia

Negli ultimi anni questo approccio si è trasformato in una vera e propria strategia narrativa. Le star dei film più attesi non si limitano più a promuovere un progetto: lo abitano. Ogni apparizione pubblica diventa un capitolo aggiuntivo della storia, un’estensione del racconto cinematografico. Gli outfit non sono più semplici scelte di stile, ma dichiarazioni d’intenti, codici da decifrare. È in questo spazio sottile che il confine tra attore e personaggio si fa poroso, fino quasi a scomparire.

Timothée Chalamet e il guardaroba come estensione del personaggio

Emblematico, in questo senso, il caso di Timothée Chalamet. Per la promozione di Marty Supreme l’attore ha costruito un immaginario cromatico coerente, dominato dall’arancione, coinvolgendo non solo sé stesso ma anche la compagna Kylie Jenner e la madre. Un colore che richiama direttamente la pallina da ping pong che il suo personaggio, nel film di Josh Safdie, maneggia con ossessione e precisione quasi maniacale. Un dettaglio che trasforma il guardaroba in un elemento narrativo, capace di suggerire il film prima ancora di raccontarlo.

E non è certo la prima volta che Chalamet si cala completamente nel ruolo, dentro e fuori dallo schermo. Prima i completi in velluto viola per le première di Wonka, musical in cui interpreta il celebre e bizzarro mastro cioccolatiere; poi l’omaggio maniacale a Bob Dylan in occasione di A Complete Unknown di James Mangold, con tanto di frangia bionda e attitudine da cantautore errante. Non semplici citazioni, ma veri e propri esercizi di immersione identitaria.

Foto: Anna Maria Tinghino/Future Image/INSTARimages

Margot Robbie e l’arte di costruire un immaginario totale

Se Chalamet gioca con l’idea di trasformazione, Margot Robbie ha invece costruito uno dei più complessi e riusciti esempi di method dressing contemporaneo. In occasione dell’uscita di Barbie, l’attrice australiana ha attraversato decenni di storia della moda reinterpretando, look dopo look, l’estetica della bambola più famosa del mondo. Dal completo rosa shocking con telefono satellitare fucsia in pieno stile anni ’80, fino all’abito nero senza spalline con lunghi guanti al gomito che cita una Barbie del 1960, Robbie e il suo team hanno messo in scena un racconto visivo coerente, stratificato, immediatamente riconoscibile. Un’operazione talmente riuscita da trasformare ogni red carpet in un evento e da aprire, inevitabilmente, una nuova curiosità: cosa indosserà Margot Robbie per “Wuthering Heights” di Emerald Fennell, atteso il prossimo anno?

Foto: Jen Lowery / SplashNews.com / IPA Agency

Blake Lively e quando l’abito tradisce il film

Ma come ogni linguaggio potente, anche il method dressing può rivelarsi ambiguo, se non addirittura pericoloso. È il caso di Blake Lively, che durante la campagna stampa di It Ends With Us ha scelto una serie di look floreali ispirati al personaggio di Lily Bloom, fioraia di professione e “giglio fiorito” già nel nome. Una scelta che ha però sollevato forti polemiche online, accusando l’attrice di aver tradito il cuore del film, incentrato su tematiche di violenza domestica, presentandolo invece come una delicata commedia romantica. Quando l’abito racconta una storia diversa da quella del film, il rischio di dissonanza è immediato.

Foto: Zak Hussein / SplashNews.com / IPA Agency

Moda come spettacolo: il corpo, l’atto, la performance

Questa trasformazione della moda in performance artistica è qualcosa che osserviamo ormai da tempo. Indimenticabile Bella Hadid sulla passerella di Coperni nel 2023: nuda, immobile, mentre l’abito le viene spruzzato addosso davanti a un pubblico incredulo, trasformandola in una Venere contemporanea. Un gesto che ridefinisce il concetto stesso di moda: non più oggetto effimero, ma atto, rappresentazione, simbolo di un sistema-spettacolo sempre più immerso nel presente e nella sua accelerazione costante.
In un universo iconico in continua espansione, il method dressing diventa così uno strumento potentissimo di fissazione dell’immaginario. Permette alle star di prolungare la vita del personaggio oltre il tempo del film, di accompagnare il pubblico ancora per un po’ sulla soglia della finzione, prima di tornare – lentamente – a vestire panni altri.

Il method dressing come nuova grammatica visiva

Forse, più che guardare semplicemente degli abiti, stiamo osservando un nuovo livello del racconto cinematografico. Un racconto che non si esaurisce nei titoli di coda, ma continua a vivere sui corpi, nei dettagli, nei colori scelti per essere ricordati. E in questo gioco sottile tra moda e cinema, l’abito diventa l’ultima scena prima che la storia cominci davvero.

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