Viaggio sulla luna

GenZ, solitudine e nostalgia: perché torniamo tutti alla luna

La Generazione Z si rifugia nella luna, un simbolo di solitudine e nostalgia, come descritto da Pavese in La luna e i falò. In un mondo sempre più digitale e frammentato, la luna diventa un punto fisso, una presenza che non giudica, ma resta, rispecchiando il desiderio dei giovani di trovare un senso in un mondo che cambia troppo velocemente

di Francesca Titas | 25 Febbraio 2026
Foto: Unsplash

Pavese lo aveva capito: la luna non è solo un corpo celeste. È estetismo, culto dell’essere, un simbolo, e perfino una personalità. Nell’era della digitalizzazione, forse la più razionale che abbiamo conosciuto, l’essere umano sente ancora il bisogno di recuperare l’irrazionale, un mito in un mondo disincatato, un significato assoluto a cui aggrapparsi per sfuggire alla frammentazione e alla solitudine generazionale.  Questo vale ancor più per i giovani: nei loro feed Instagram compaiono sempre più spesso caroselli di fotografie scattate alla luna, raccolte di storie in evidenza a lei dedicate. Celebre è il format, diffuso su TikTok, tra chi si sente “luna” e chi si sente “sole”: ciò che ne nasce è una totale identificazione, il conforto di riconoscersi in un emblema, di pensare che, in fondo, «non capiti soltanto a noi». 

L’irrazionale come risposta alla frammentazione

Che l’irrazionale sia, forse, il segreto per il raggiungimento di un’autonomia umana è, del resto, una delle chiavi fondanti dell’opera pavesiana: recuperare l’assolutezza, tornare a ciò che è accaduto “una volta per tutte”, costituisce l’aggancio per imparare il mestiere di vivere. Il complesso della vita è, per Pavese, confrontarsi con il senso angoscioso della morte, con un destino ineludibile di finitezza e dolore. E questo lo si può fare interrogando l’indiscutibile.

Già Leopardi si era reso martire e testimone di quel fervido tessuto mitico: attingere a dei luoghi «unici» è compito primario della poesia, che raggiunge «interminati spazi» sostando nella purezza, nella genuinità degli antichi, quasi come se a poetare fossero i bambini, in balìa di un beato stupore. 

Leopardi: la luna oltre la siepe

Così, nel Dialogo della Natura e di un Pastore dell’Asia (nelle Operette morali), il pastore interroga la Natura sul senso del dolore e dell’esistenza. Ma ancora più pertinente è il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, dove il pastore si rivolge direttamente alla luna come confidente silenziosa:

Dimmi, o luna: a che vale al pastor la sua vita, la vostra vita a voi? dimmi: ove tende questo vagar mio breve, il tuo corso immortale?

Giacomo Leopardi, Canto notturno di un pastore errante dell’Asia

Qui la luna è muta, distante, abbracciante l’eternità: non risponde mica. Ed è proprio questo il punto: essa assurge a divenire simbolo di una domanda umana senza risposta, e condanna il terreno all’ignoranza eterna per via della sua natura limitante. Ma, mentre in Leopardi la luna è l’interlocutrice privilegiata del dolore cosmico, in Pavese è il segno del mito che sopravvive al disincanto, una fissità che ci fa sentire di «stare qui, ma insieme», di perdurare sotto un comune sorvegliante che ci somiglia, che muta insieme con noi.

Il viaggio interiore di Anguilla

Nel suo celebre romanzo, La luna e i falò, a un figlio bastardo delle Langhe, cresciuto nella miseria e nell’estraneità, tocca una priorità interiore importante. Dopo aver fatto fortuna in America, egli vuol tornare al paese, alle origini, attraverso un viaggio nei luoghi dell’infanzia. Il desiderio di Anguilla, che già dal nome riecheggia «qualcosa che scivola via», è liberarsi dal destino di inappartenenza e solitudine cui è condannato. Così, durante la visita al paese, quasi come un Dante deluso e sconsacrato, egli si accorge che al paese nessuno lo riconosce più: è un uomo fatto e nessuno ricorda la sozzura in cui versava un tempo, da bambino. Guarda un posto e lo sente estraneo, ricorda d’un qualcuno e lo scopre morto.

Ma Anguilla non vaga da solo: il viaggio interiore tra presente e passato avviene con la guida di un Virgilio anomalo. Si tratta di Nuto, un falegname che vive al paese e che lo conosce da sempre, tanto saggio quanto male acculturato. In compenso, egli conosce tutti i fattacci e le disgrazie che hanno attraversato quelle colline, e si fa portavoce della verità disincantata che Anguilla è destinato a scoprire: la maturità è tutto, e crescere vuole dire un po’ morire.

Sapevi che Nuto di La luna e i falò è un personaggio realmente esistito? Si tratta di Pinolo Scaglione, falegname del Belbo, caro amico dell’autore.

Nella discesa attraverso le Langhe, i due personaggi protagonisti sono in perenne compagnia proprio della luna: presenza silenziosa, ciclica, indifferente. Essa illumina le colline, ma non consola; assiste ai falò, ma non partecipa. Era lì quando Anguilla era bambino, ed è ancora lì al suo ritorno: immutabile, mentre tutto è mutato.

La luna diviene così il simbolo di ciò che resta quando l’uomo cambia, quando i corpi crescono, quando le illusioni si consumano. Non offre risposte, come in Leopardi, ma religione, credo, fissità. E in questa sua distanza c’è qualcosa di profondamente moderno: è un punto fermo in un mondo che ha perduto il centro.

Allora, se i falò rappresentano il rito umano, la comunità, la memoria condivisa, la luna incarna invece il mito, la dimensione arcaica che precede e sopravvive alla storia, la speranza del contadino che attende il raccolto. Anguilla torna per ritrovare se stesso, ma scopre che non si torna mai davvero: si può solo guardare ciò che è stato, sotto la stessa luna, sapendo di non appartenervi più. È qui che si consuma l’estraniamento: non si può recuperare davvero chi siamo né approdare a un senso ultimo della vita, perché l’identità è la condizione umana stessa. Solo si può navigare nella mutevolezza che ci spetta, cercando quei «luoghi unici» come ancore di salvezza, stelle di fertilità.

Non è forse la stessa sensazione che attraversa la Generazione Z?

Foto: Marino Magliani e Marco D’Aponte / Tunué

La luna e la Gen Z: un viaggio senza fine

Cresciuti in un mondo donde tutto è connesso eppure tutto si disperde, molti giovani abitano una terra senza confini veri. Sono ovunque e in nessun luogo. Appartengono a comunità interconnesse tra loro, ma emotivamente frammentate, a identità fluide e instabili. E come Anguilla, quando provano a voltarsi indietro, scoprono che ciò che ricordavano non esiste più, o forse non è mai esistito davvero.

Allora la luna diventa un nervo scoperto, qualcosa che non chiede prestazioni, che non pretende di essere capita o spiegata. Non ti domanda chi sei, né cosa produci. Sta. Resta. Non dà certezze, ma ritorna. E forse è questo che la Gen Z cerca quando la fotografa, quando la salva tra le storie in evidenza, quando decide di dirsi “luna”: non una soluzione, non una risposta, ma una presenza silente, con cui condividere il muro dell’incomunicabilità, del nero e del muto, della pietà che incutiamo a noi stessi, a guardarci perduti in un ballo malinconico e sordido che è la vita.

O forse no, credeva sempre nella luna. Ma io, che non credevo nella luna, sapevo che tutto sommato soltanto le stagioni contano, e le stagioni sono quelle che ti hanno fatto le ossa, che hai mangiato quand’eri ragazzo.

Cesare Pavese, La luna e i falò

Foto: screenshot da TikTok

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